Racconti di repressione – La passeggiata del terrore, contributi dalla terra di Bari

Questo racconto ho voluto scriverlo per condividere con compagne e compagni la mia esperienza di lotta al financo del popolo NOTAP

Ringrazio innanzitutto per la solidarietà che ho ricevuto dai compagn* e dagli attivist* del movimento NOTAP. Ciò che ho subito insieme a tanti altri è stata un aggressione a cielo aperto. E tutto questo non deve rimanere in silenzio. Le forze dell’ordine si sono accanite su di noi sia verbalmente con ingiurie e offese sessiste che fisicamente con i manganelli alla mano. Ero per terra quando ho ricevuto la prima manganellata; colpita alle spalle, mi giravo e rivolgendo lo sguardo verso l’alto vedevo la sagoma di un poliziotto che mi sferrava un secondo colpo con il manganello. D’istinto ho alzato il braccio per proteggermi. La manganellata è arrivata e se non fosse stata per la solidarietà attiva di due compagne che si trovavano vicino a me, avrebbe continuato. Il tempo per realizzare ciò che stava accadendo veniva scandito dal dolore al braccio e al gomito, tanto da non riuscire più a muoverlo nel giro di pochi secondi. Sono seduta a terra e sento le voci dei miei compagni e le urla di un dirigente di PS che camminando avanti e indietro con il manganello nella mano, fomentava i suoi sottoposti con odio e rabbia contro persone oramai immobilizzate, costrette a stare in ginocchio e con le manette ai polsi.

Intorno a noi un clima di feroce barbarie. Non ci si poteva muovere manco per prendere l’acqua dallo zaino che subito arrivava il celerino. Non è mancata la battuta squallida da parte di un agente verso una ragazza che era vicino a me: “Ti piacciono le manette eh?”. Bastardo. Dopo circa due ore siamo stati divisi in gruppi da 6/7 persone e condotti verso i blindati. All’interno del pulmino non ci si poteva avvicinare con lo sguardo al finestrino che immediatamente una guardia arrivava a chiudere la tendina per impedircelo. Durante il tragitto non mancavano le risatine tra le guardie di sottofondo. Una scena divertente eh?…

Ci hanno portato in questura e condotti in una stanza che li rappresentava tutti metaforicamente. La luce bianca e fredda dei neon rifletteva il clima intorno a noi. Abbiamo chiesto di poter andare in bagno. Anche questo è avvenuto a rilento. Seduta per terra inizio a sentire dolore alle gambe per i colpi ricevuti mentre il dolore al mio gomito aumenta. Dovevo farmi forza; avrei voluto piangere, ma non l’ho fatto perché quelle bestie non meritano soddisfazione. Niente sedie nella stanza bianca, seduta per terra per due ore su quel pavimento ghiacciato finalmente vedo una infermiera del 118. Un’altra ragazza ha il corpo a macchie violastre e nere come il mio. Se non fosse stato per un’infermiera determinata che si è imposta su una dirigente della digos saremmo rimaste in quelle condizioni per lungo tempo. Questa è stata forse la sensazione più terrificante che ho subito. L’indifferenza e il totale menefreghismo nei nostri confronti. Trascorso diverso tempo e dopo avermi foto segnalato e preso le impronte, sono riuscita a salire in ambulanza, nonostante tutti i loro tentativi di rallentare la procedura, riuscendo a portare con me il cellulare. Una volta giunta in ambulanza sono scoppiata a piangere. Avevo bisogno di tirare fuori la rabbia e il dolore contemporaneamente è stato il primo momento in cui mi sono sentita libera dopo diverse ore. In ospedale il calo emotivo della tensione era inversamente proporzionale alla preoccupazione per i miei compagni. Ero sola ma sapevo che c’erano i compagn* che pensavano a me. Non dimenticherò mai chi si è mosso per proteggermi dalla carica della polizia così come chi mi ha aiutato in questa dura vicenda. Di tutta questa storia conserverò per sempre la solidarietà ricevuta, gli abbracci e i sorrisi che ho ricevuto da chi come me ha subito una brutale repressione da parte delle forze dell’ordine e dello Stato.

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52/zona rossa. /// Il contributo di una compagna

E’ impossibile!
A che serve?
Corri corri corri.
Ma dove si va?
Vanno tutti di là
segui segui segui
non li perdere
fidati.siamo tutti insieme.
Ma non li conosco.
Fidati fidati.siamoun unico corpo con una lunga coda.
A che serve?
Troppo pochi contro troppo armati.
Nel frattempo corri corri corri corri.
Ma quello che fa?!
Rimane indietro?
Ah no! Non rimane indietro: ci fa passare. Ti conosco? no. Non ti conosco
corri corri corri corri.
A che serve?
Siamo troppo pochi, la zona rossa troppo rossa.
Fidati fidati devi fidarti.
E quella che fa? Non salta il muretto?!
Non ce la fa?!
Ah no! Ce la fa! E’ che non vuole.
E’ che preferisce stare con la compagna ferita fermata picchiata.
Ma corri corri corri corri.
Il mio fiato… non ce la faccio.
No! ce la faccio, sento il fiato delle altre, degli altri.
Ma a che serve? Lo sappiamo non ce la faremo mai contro quei cancelli.
Corri corri corri corri corri corri
e quello che fa?! Si fa manganellare?!
Ah no! È diventato un ombrello.
Ombrello per una compagna troppo piccoletta per qualsiasi manganello
e quell’altro?! torna indietro impazzito!
Ah no non torna indietro impazzito
torna indietro sì, a dire a un altro, che ha perso il fiato la speranza la pazienza, che glieli ha ritrovati lui
e infatii quell’altro riprende a correre correre correre correre correre correre correre.
Ma a che serve?
Lo sappiamo che non entreremo mai nel rosso.
E sempre meno in lontananza tra i muretti
pezzi blu di caschi e neri pezzi di manganelli.
E corro corro corriamo corriamo
ecco lo sapevo! Sono caduta distesa in mezzo ai rovi.
Dai me stessa! Alzati alzati alzati!
No non ci riesco non ce la faccio.sono troppo pesante ma quale mano.
Quale mano può fare questo? Quella di dio? Che da sola, una mano da sola mi solleva dai rovi come fossi un fazzoletto impigliato e mi rilancia nella corsa.
Solo la mano di dio ha questa forza.
Ma lo sappiamo tutti dio non è dalla parte dei ribelli.
E se non c’era la forza di dio in quella mano, poteva esserci solo quella di un compagno.
E io, da fazzoletto, ci provo ci provo a tirarmi quello ( o quella…non so) caduto dentro i rovi dietro di me.
Ma cazzo! Sono solo un fazzoletto non ce la faccio.
Ma tanto torna la mano del dio compagno a ributtare quell’altro nella corsa.
Che finisce. Solo un po’ più in là. Ma finisce.
Ora siamo tutti seduti.
(bhe veramente, ho pensato prima di tutto:seduta finalmente!)
tutt’intorno caschi blu e manganelli neri.
Ecco hai visto?! A che serviva? Siamo un animale braccato.
Uno solo però tutto insieme.
Si va bhe! Ma a che serviva eh?
A niente! Solo a sentirmi un corpo unico con questi che non conosco
e gli altri , gli altri, quelli staccati prima, dove sono?
Non li conosciamo (oppure sì) ma li rivogliamo indietro! Tutti e cinque!
Come pezzettini del nostro corpo che ci avete staccato. Pezzettini del nostro corpo che non chiamiamo per nome, perché non li chiami per nome i pezzettini del tuo corpo. Ma li ami perché sono tuoi e perché amate la stessa cosa.
Eppure hai visto?! A cosa è servito?!
A niente! Solo a respirare il coraggio di questi compagni,
viola notte del tramonto in mezzo ai muretti a secco.
Si va bene! Ma a cosa è servito?!
A niente! Solo a provare ancora la meraviglia (che a 40 anni e passa è come il cibo degli dei dei) di vedervi fuori a lottare, gridare contro l’ ordine per farci avere il boccone del conforto caldo, a noi sospesi dal mondo per 9 ore.
E’ servito? No! A niente! Solo a vedervi gioire, abbracciarci (anche a me, forte forte. Forte… che non ti conosco per niente compagna mia. E compagno mio. Che non ti conosco per niente ma amo ormai profondamente ogni ruga del tuo viso che mi coccola e stringe forte forte forse da 40 anni anche se è solo la seconda volta che ci vediamo) quando uno ad una varchiamo di nuovo quella porta

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Una passeggiata tra gli ulivi

Nell’immaginario collettivo se si pensa alla puglia senza dubbio la prima cosa che viene in mente sono gli ulivi. Una lunga interminabile distesa sempre verde che come manto argentato all’alba avvolge le nostre campagne millenarie di incanto e che al tramonto filtra cullando gli ultimi raggi di sole nell’imbarazzo di un cielo che arrossisce di vergogna dinanzi a tanta bellezza.
Tanti i poeti di tutte le epoche che non sono riusciti a sfuggire alla magia di una passeggiata ricolma di stupore innocente che fluisce in poesie divenute pietre miliari della cultura mondiale.
Tutto questo oggi giorno non è più possibile e quindi accade che dei poeti partecipino ad una passeggiata collettiva tra le campagne in un’area patrimonio dell’umanità, in cui sta sorgendo il cantiere di un gasdotto chiamato T.A.P., sognatori armati fino ai denti di blocchetto, penna e poesie già stampate da appendere sugli ulivi al fine di creare una connessione, uno scambio, poetico, un ricongiungimento con la natura madre basato sulla bellezza e sulla poesia (piccole follie dei poeti erranti) e si passi dallo stupore all’orrore di una caccia all’uomo spietata e irragionevole.
Circondati da centinaia di agenti di un po’ tutte le forze dell’ordine in assetto da guerra, braccati anche attraverso l’utilizzo di un elicottero che stazionava così basso da poter percepire il vento d’odio sulle nostre teste inermi e sconcertate.
Picchiati, trascinati su rovi e pietre acuminate, chiaramente se eri donna non mancavano violenze sessiste, telefoni sequestrati senza nessuna possibilità di contattare avvocati o familiari, chi provava a parlare veniva zittito con schiaffi e testate, ammanettati e reclusi in stato di fermo per circa 12 ore, azzerata ogni forma di diritto e democrazia.
Parliamo sempre di poeti e cittadini inermi, tra cui anche dei minorenni, qualcosa non torna nella logica. Possibile che la linea che divide lo stupore dall’orrore si sia assottigliata così tanto da farli divenire facilmente interscambiabili?
Spesso ci indigniamo vedendo immagini o leggendo articoli riguardo a zone di guerra lontane dalla nostra quotidianità pensando che certe situazioni non ci riguarderanno perché viviamo in uno stato democratico che si basa sul diritto e sulla priorità di garantire la libertà e il benessere dei propri cittadini, ma forse questo utopico immaginario appartiene a un passato mai realmente esistito.
In Puglia nel 2017 si arrestano e si perseguitano sia i poeti che la poesia, come nelle pagine più buie della storia umana che credevamo intrappolata nella polvere dei libri di storia, ma la bellezza veglia sulle anime che la ricercano e non c’è nulla sotto o sopra questo cielo che potrà mai separare il poeta dal fascino, dalla magia e dalla’amore per la propria terra quand’anche gli vengano schierati contro tutti gli eserciti del mondo.

Amor che non s’arresta

Per amor della mia terra
calpesterò il sentiero della ribellione
e non vi sarà pistola o scudo o manganello o cella angusta
che fiaccherà lo spirito del guerriero.
Il sole della libertà illumina coi suoi raggi
anche tra rovi e pietre acuminate
che come vento tagliente sferzano il volto
e non lo fermi nemmeno se gli spari addosso,
anche nel buio che incombe
e l’ombra lunga della repressione infittisce la via per nascondere i fossi
e non lo fermi nemmeno se gli spari addosso,
anche quando fari e torce brillano nei campi
come fuochi fatui per terrorizzare
e non lo fermi nemmeno se gli spari addosso.
Avete dichiarato aperta la stagione della caccia all’uomo,
vile gioco di cui siete maestri,
e nella vostra perversione mi avete scaraventato
tra l’incudine e il martello
ma a ogni colpo che fiacca le ossa
sprigiono una scintilla da cui divamperà l’incendio
che divorerà i vostri eserciti.
Un giorno, non troppo lontano,
assieme a tutti il fratelli, assieme a tutte le sorelle,
di un mondo libero, in una terra libera,
saremo un unico popolo in lotta
che canterà l’inno della rivoluzione, l’inno della vita,
e saremo finalmente liberi dal male, liberi dal capitale.

Brigate Poeti Rivoluzionari

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Comunicato di Ex-caserma Liberata e Collettivo Athena – Bari

Porteremo la lotta NOTAP ovunque.

Siamo stanchi ma per nulla scoraggiati, torniamo da una giornata di dura lotta. Siamo arrivati a Melendugno, dopo essere stati a Lecce il giorno prima, assieme ad altri compagni e compagne baresi per portare il nostro supporto alle manifestazioni NO TAP contro repressione e militarizzazione dei territori.

Lecce – 8 dicembre 2017 – corteo contro la repressione e i fogli di via
Il nostro sarebbe stato un resoconto differente se non avessimo incontrato sul nostro percorso 1 elicottero, centinaia di uomini e donne delle FDO, oltre a camionette, blindati e auto usate per aggredire militarmente 52 fra compagni e compagne, di cui 3 minorenni, che passeggiavano fuori dalla zona rossa istituita dallo stato nell’agro di Melendugno, a difesa degli interessi e del cantiere di TAP.
Ci siamo ritrovati isolati ed inseguiti dalla polizia in assetto antisommossa sino a quando non siamo stati circondati e a quel punto sequestrati per oltre due ore nelle campagne. Cariche e pestaggi, compagne colpite a terra, compagni ammanettati e costretti a stare in ginocchio e mentre l’elicottero ci sorvolava ci venivano sottratti documenti e cellulari e tutti coloro che intendevano reagire venivano da subito colpiti con i manganelli e ridotti al silenzio. Dopo oltre due ore di attesa siamo stati divisi in gruppi e deportati a Lecce tra questura e comando dei carabinieri dove siamo rimasti per oltre 8 ore per le fotosegnalazioni e le impronte digitali senza la possibilità di poter usare i servizi igienici, bere o avere assistenza sanitaria: due attiviste hanno avuto la possibilità di accedere alle cure mediche solo dopo il deciso intervento di una infermiera del 118 nei confronti di una dirigente della Digos mentre il bagno veniva concesso solo in base all’umore della guardia di turno. Compagne e compagni portati al comando dei carabinieri sono stati sottoposti a invadenti perquisizioni corporali mentre le compagne hanno dovuto subire insulti sessisti e commenti su biancheria intima e orientamenti sessuali. Solo dopo le due di notte abbiamo avuto la possibilità di riabbracciare i/le nostr* compagn* dai quali eravamo separati solo da un muro e quindi di riabbracciare tutti gli attivisti e le attiviste che ci attendevano in strada. Cellulari sequestrati senza motivi plausibili oltre ad alcuni k-way con il cappuccio, un pericolosissimo cavatappi, un letale coltellino multiuso e qualche volantino, questo il bottino di guerra delle forze del ordine. Siamo riusciti a recuperare le nostre macchine in tarda nottata per metterci in strada e arrivare a Bari alle 6 di mattino, stanchi ma carichi e determinati.

Come compagni e compagne di Ex-Caserma Liberata e collettivo Athena, al fianco del popolo NOTAP, ribadiamo che non sarà la repressione a fermare la lotta per la tutela del nostro territorio dagli interessi di imprese e multinazionali, non saranno i vostri comportamenti cileni a scoraggiare la nostra determinazione contro un’opera dannosa per tutti, tranne per coloro che trarranno profitto dalla devastazione della nostra terra.

Rigettiamo le ricostruzioni fantasiose di giornali e telegiornali che riportano solo le veline della questura di Lecce. Non è stata mai violata la zona rossa così come se uomini e donne delle FDO sono rimasti feriti durante le cariche questo è dovuto esclusivamente alla loro incapacità di stare su due piedi mentre scavalcano i muretti a secco. Menzogne scritte per mettere in scena il solito teatrino dei buoni e dei cattivi, mentre quanto accaduto nei giorni scorsi è la dimostrazione che la lotta contro TAP è una lotta di popolo dove uomini, donne e bambini marciano compatti in un’unica direzione. La zona rossa non esiste.
Porteremo la lotta NOTAP ovunque.
Ex-Caserma Liberata
Collettivo Athena

#NOTAP – Il nostro sguardo verso il cielo dove non esistono barriere!

Da quando il Movimento No Tap ha cominciato ad opporsi fisicamente alla costruzione del cantiere abbiamo assistito a una pioggia di denunce e misure di sicurezza. Già quest’estate gli attivisti sono stati colpiti con multe da centinaia di migliaia di euro. Oltre 25 verbali di violazione amministrativa (parliamo di multe da 10000 euro) notificati ad altrettanti cittadini che avevano preso parte alla manifestazione contro il blitz notturno dello scorso 4 luglio, durante il quale la ditta appaltatrice di TAP ha provveduto allo spostamento di 42 alberi di ulivo (1) .

Nelle ultime settimane una vera e propria occupazione militare sta interessando l’area del comune di Melendugno. La zona di San Basilio è stata decretata dal 13 Novembre “Zona Rossa” e centinaia di agenti sono stati ingaggiati per proteggere l’area dove sono state erette delle recinzioni così impressionanti che, lì fra gli ulivi, più che in Salento sembra di essere sulla striscia di Gaza. Il territorio è diventato completamente invalicabile se non dai residenti, sottoposti a continue identificazioni, mentre il presidio in zona San Basilio è stato spazzato via.

L’esibizione di forza da parte della polizia per scoraggiare l’opposizione popolare si sta concretizzando anche con la consegna di fogli di via. Il 20 Novembre il movimento No Tap si è dato appuntamento in Piazza Tancredi a Lecce per contestare la posizione dell’Università del Salento in merito a TAP e in particolare la presenza (in un convegno sulla sicurezza e la tutela ambientale sic!) di Michele Mario Elia, che oltre ad essere il country manager di TAP, è anche stato condannato in primo grado nel processo per la cosiddetta “Strage di Viareggio” a 7 anni di reclusione (2a /2b). Durante questo appuntamento non solo i manifestanti sono stati manganellati e picchiati, ma é anche stata consegnata a due attivisti l’ingiunzione a presentarsi in questura, dove hanno ricevuto un foglio di via che gli vieta di mettere piede in territorio di Melendugno per 3 anni. Mentre gli notificavano l’atto, le Fdo si sono preoccupate di mostrare il grosso faldone che conteneva i fogli, facendo intendere agli attivisti che ne avrebbero presto potuti tirare fuori molti anni.


Chi in questi anni ha avuto modo di trovarsi a contestare lo stato delle cose, conosce bene gli atteggiamenti malavitosi assunti delle fdo. Eppure ancora ci stupisce la faccia di bronzo con la quale hanno dichiarato di aver utilizzato “manganelli di gommapiuma” quando i segni delle manganellate sono tuttora ben evidenti su chi ha preso parte alla contestazione. Per la prima volta, cittadini comuni con il semplice desiderio di difendere la terra che amano, si trovano di fronte all’apparato repressivo poliziesco, il cui fine è proprio quello di scoraggiare la partecipazione alla mobilitazione. Tuttavia, quando la repressione si trova di fronte uomini e donne determinati, tali ingiustizie non possono che renderli più convinti di ciò che fanno e ad andare avanti. Coloro che li hanno liquidati come “ambientalisti preoccupati per qualche manciata di alberi” sono gli stessi che vorrebbero che la protesta No Tap possa essere chiusa velocemente nel cassetto, insieme alle multe da pagare. Non importa degli interessi particolari delle mafie sul progetto (3) le stesse che probabilmente sono dietro la morte della giornalista maltese uccisa (4) l’importante è dire che questa lotta “mette a grave repentaglio l’ordine e la sicurezza pubblica” (così come hanno scritto sul foglio di via) per giustificare la loro violenta repressione su chi semplicemente vuole avere parola in quello che sarà il futuro della terra dove è nato e cresciuto.

Ma la gente non è cieca, i salentini stanno vedendo con i loro occhi la coltre di bugie che avvolge il cantiere Tap e oggi scenderà in strada in solidarietà agli attivisti colpiti dalla repressione.

Di seguito il comunicato del Movimento NoTap sulla mobilitazione di oggi (5)


SE TOCCANO UNO TOCCANO TUTTI – Il nostro sguardo verso il cielo dove non esistono barriere!
Mercoledì 22 alle ore 18.00 appuntamento a Carpignano Salentino per un corteo di solidarietà agli amici NoTap colpiti da misure restrittive. Il corteo partirà da Corso Umberto e attraverserà le strade del paese, per ribadire che non ci piegheremo alla situazione di totale ingiustizia che sta vivendo il nostro territorio e alla repressione del dissenso in atto. Reclamiamo i nostri diritti, pretendiamo la nostra libertà!

#NoTap #SeToccanoUnoToccanoTutti

Rompere l’isolamento: scriviamo ai detenuti e alle detenute

Uno degli scopi primari della repressione e dell’istituzione carceraria è quello di isolare i detenuti dalla realtà che li circonda e dagli affetti. Scrivere ai/alle nostri/e compagni/e detenuti/e così come ai tutti/e i/le detenuti/e è un importante atto di solidarietà che spezza l’isolamento che lo stato impone attraverso le mura carcerarie e i dispositivi di controllo. Per spezzare le catene dell’isolamento, manifestazioni, presidi e iniziative politiche di solidarietà sono importanti così come scrivere una lettera per dire loro che non sono soli, attraverso le proprie parole.

— “Nell’ora della rivolta, nessuno resta mai veramente solo”


Paska e Ghespe liberi subito
Liberta’ immediata per i detenuti del #G20 di Amburgo
Liberta’ per tutte e tutti

Quando scrivete, lasciate nella busta da lettera anche altre buste da lettera, fogli e francobolli in modo da facilitare una risposta e verificate correttamente l’affrancatura alla posta.
Quando scrivete ricordate che in molti casi la corrispondenza è sottoposta a censura.

di seguito una serie di consigli tratti da https://www.autistici.org/mezzoradaria/scrivere-ai-detenuti/

Perché scrivere a chi è recluso.
Il tempo può essere un castigo quando si viene privati della libertà di disporne a piacimento, quando lo stato rinchiude qualcuno in una cella e lo priva dei suoi rapporti e si prende un pezzo della sua vita.
Può essere una prova molto dura, a maggior ragione quando ad affrontarla si è da soli. Ricevere solidarietà dall’esterno infonde una forza che può fare la differenza. Cominciare uno scambio di lettere può anche alleviare la solitudine della cella e fare sentire ad una persona che non è sola.
Che sia un telegramma, una cartolina o una lettera ogni contatto con l’esterno è una piccola breccia nell’isolamento a cui vorrebbero condannare i reclusi e le recluse. Oltre a queste considerazioni, c’è il fatto che intrattenere una corrispondenza con un recluso è spesso uno spunto di crescita personale e una bella esperienza.

Cosa scrivere.
Può non essere semplice scrivere una lettera a qualcuno che non si conosce, in molti ci troviamo spesso davanti alla difficoltà di scrivere qualcosa che non sia banale o stupido di fronte alla situazione sicuramente grave di chi sta scontando un periodo di reclusione.
Tuttavia non bisogna dimenticare che chi è in carcere è una persona come noi e spesso la cosa più semplice da fare è iniziare presentandosi e spiegando i motivi che ci hanno spinto a scrivere. Se non si ha nulla da scrivere un disegno o un collage può essere comunque un modo per trasmettere ciò che non si riesce a trasmettere a parole, oppure si può inviare un libro, informandosi prima sulle regole che vigono in ogni carcere, ad esempio in alcuni non possono entrare le copertine rigide o i testi sottolineati.
Per permettere alla persona di risponderci è importante indicare il mittente sulla lettera. E’ anche buona norma mettere la data in cui la lettera è stata inviata. E’ un bel pensiero inoltre allegare un francobollo all’interno della busta, dato da specificare nella lettera in modo che nessuno prelevi il bollo senza che ce ne si accorga.
Bisogna poi tenere conto che ciò che si scrive a chi sta in carcere viene con molta probabilità letto anche dalla polizia interna, quindi è meglio di evitare di scrivere qualunque cosa che possa tramutarsi in un problema per se stessi, altri o per la persona a cui si scrive.

Se non riceviamo risposta
A volte può capitare che di non ricevere risposta dalle persone a cui si è scritto. Non prendiamocela. I motivi possono essere tantissimi: da un disguido delle poste alle guardie che trattengono le lettere, può essere anche che il detenuto in questione abbia molte lettere a cui rispondere e che ci vorrà del tempo prima che riesca a rispondere a tutti. I motivi possono essere molti e in ogni caso non c’è motivo di prendersela.

A chi scrivere.
Scrivere a qualcuno dentro è un impegno che può sembrare da poco ma che una volta preso va mantenuto, quindi è meglio non sovraccaricarsi di lettere a cui rispondere se non si ha la certezza di mantenere nel tempo i contatti.

Resoconto sul presidio solidale anticarcerario del 25 agosto a Bari

Anche d’estate, soprattutto d’estate, non dimentichiamo chi è stato privato della libertà. I detenuti del carcere di Bari sono rinchiusi in un luogo di violenza, privazione, spersonalizzazione individuale ed affettiva.

Con queste parole al microfono si è aperto ieri il presidio sotto le mura del carcere di Bari in solidarietà a tutti i detenuti sia quelli “comuni” che a tutti i militanti/le rinchiusi nelle carceri. Un presidio partecipato, durato circa due ore mentre gli interventi contro le carceri, i cpr e tutti i luoghi di detenzione si alternavano alla musica popolare. Così come accaduto nei precedenti presidi la risposta dei reclusi non si è fatta attendere, facendosi “vedere” con accendini e bandiere improvvisate che facevano sventolare attraverso le sbarre. Sappiamo che i detenuti rischiano richiami e conseguenze per questi gesti, e vedere che presidio dopo presidio, la loro voglia di farsi vedere aumenta, ci rende consapevoli del valore che possa avere la semplice presenza e vicinanza umana, che attraverso il microfono e una cassa esprime la propria solidarietà. I “criminali” che “meritano” il carcere sono per la maggior parte appartenenti alle classi subalterne, i poveri e i reietti della società, i migrati e i tossicodipendenti che lo stato vuole far sparire dietro le mura carcerarie.

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Di chi sono le città? Controllo sociale fra decoro e abusi di polizia.

Di chi sono le città?
Controllo sociale fra decoro e abusi di polizia.

vorrei tessere un elogio
della sporcizia, della miseria, della droga e del suicidio:
io privilegiato poeta marxista
che ha strumenti e armi ideologiche per combattere,
e abbastanza moralismo per condannare il puro atto di scandalo,
io, profondamente perbene,
faccio questo elogio, perché, la droga, lo schifo, la rabbia,
il suicidio
sono, con la religione, la sola speranza rimasta:
contestazione pura e azione
su cui si misura l’ enorme torto del mondo […].
P.P. Pasolini, il Poeta delle Ceneri

 

Mentre sulle pagine dei giornali si sprecano i proclami contro i migranti o contro gli abusivi, a secondo della moda del momento e del tornaconto elettorale, ci sono persone che stanno pagando a caro prezzo questa nuova ondata repressiva. Negli ultimi giorni, a Torino, ci sono stati ben due episodi di abusi di polizia, ampliamente documentati.

Una ragazza, Maya, attivista 19enne, è stata trattenuta per un’intera notte, picchiata e denunciata dalla polizia, senza alcuna ragione apparente, (e anche se ci fosse stata, non avrebbe comunque potuto motivare un tale trattamento cileno).
Un altro ragazzo, un migrante senegalese di cui al momento non si conosce il nome, è stato inseguito, ammanettato e manganellato a sangue durante un controllo a Porta Portese, fino a rimanere esanime sul pavimento.

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Contro narrazione tossica e provocazioni poliziesche al G7 di Bari.

 

Esprimiamo solidarietà alle compagne e ai compagni della Puglia contro il G7, vittima nella notte scorsa di una aggressione poliziesca di stampo argentino.


Contro narrazione tossica e provocazioni poliziesche al G7 di Bari.

Questa notte, dieci tra compagne e compagni della – Puglia contro il G7 – sono stati trattenuti in stato di fermo, identificati con fotosegnalazione ed impronte digitali; Avvicinati per quello che sembrava un normale controllo, sono stati portati al commissariato di San Paolo senza alcuna motivazione reale se non quella di avere alcuni manifesti del coordinamento Pugliese contro il G7 riguardanti la manifestazione del prossimo 13 Maggio e pericolossisimi manifesti della Ciemmona 2017.

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Comunicato delle Officine Tarantine su denunce e repressione

Rilanciamo il comunicato delle Officine Tarantine su denunce e repressione ed esprimiamo a tutte le compagne e i compagni vicinanza e correità.

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Questo è il resoconto delle ultime denunce a carico del collettivo Officine Tarantine , in seguito alle mobilitazioni messe in campo nell’ultimo anno.
Ci teniamo a rendere pubblico quanto sta accadendo negli ultimi tempi, dopo che per mesi l’azione di delegittimazione effettuata nei confronti di esponenti ed attivisti sembrava essersi interrotta.
Sono giunte nelle abitazioni di alcuni nostri compagni decreti penali di condanna, e citazioni a giudizio, emanati dalla magistratura di Taranto su indicazione degli agenti PS Digos, riguardanti le ultime mobilitazioni messe in campo.
La prima riguarda l’insediamento del Presidente della Regione Puglia Michele Emiliano e della sua Giunta nella nostra città ,nel giorno in cui la piazza esterna al Palazzo della Prefettura era presidiata da istanze ed organizzazioni diverse (associazioni, sindacati e movimenti), si emanano condanne preventive al pagamento di ingenti multe (in sostituzione della pena detentiva) per alcuni compagni che, insieme alle tante organizzazioni, si resero portavoce di alcune istanze territoriali.
L’accusa è quella di manifestazione non autorizzata, un paradosso procedurale che sa di strategia repressiva ben premeditata: da un lato una piazza esterna presieduta da varie realtà sindacali, politiche ed associative, dall’altro una azione repressiva soltanto per alcuni , guarda caso “i soli” tra i pochi i cittadini che dentro l’assise regionale hanno provato a riportare il dramma sociale ed ambientale della città di Taranto nella realtà dei suoi fatti.
Qualche giorno fa, invece, è accaduto il fatto più clamoroso , sempre a carico di un appartenente al collettivo “Officine Tarantine”: arriva una citazione a giudizio da parte del condannato a 10 mesi di reclusione con pena sospesa Don Marco Gerardo.
Il parroco della chiesa del Carmine cita a giudizio un nostro esponente, imputandolo di avergli recato offese pubblicamente nel ripetere alcune frasi lette e rilette su vari quotidiani (presenti anche nel processo AMBIENTE SVENDUTO).
A quanto pare quelle parole hanno fatto infuriare il condannato della curia Tarantina, che dopo essersi messo al servizio della ragnatela che Archinà tesseva, cerca, citando un appartenente alla società civile a giudizio , di tirarsene fuori moralmente.
Resta il fatto che con questa citazione il parroco chiede un risarcimento danni.
Nonostante queste procedure mirate, atte a tentare di distruggere percorsi di lotta autonomi che ad oggi contano più di 50 persone denunciate con diversi processi in atto, ci sono diverse riflessioni da fare .
La prima considerazione riguarda la curia tarantina , che ancora nonostante una condanna a 10 mesi di reclusione nei confronti di Don Marco Gerardo, non ha preso nessun tipo di provvedimento nei confronti del parroco della chiesa del Carmine di Taranto, anzi a maggior ragione lo stesso, con questa azione diffamatoria (a nostro avviso) conferma la sua poca fede nella giustizia.
Con questo coivolgimento processuale lontano dalle logiche di qualsiasi pastore ,il parroco del Carmine è un altro esempio lampante di come alcuni membri della comunità ecclesiastica tarantina professano nonostante le loro azioni siano molto lontane dalla fede stessa.
Altra considerazione riguarda la macchina della repressione messa in atto da magistratura e polizia negli ultimi anni.
Le istituzioni continuano imperterrite a reprimere attraverso denunce e decreti penali di condanna la voglia di riscatto e le idee che molti ragazzi di questa dannata città esprimono attraverso percorsi autonomi e spontanei.
Percorsi giovani che con coraggio, dal basso, rimarcano l’appartenenza ad un territorio sfruttato e depredato, lottando costantemente per la libertà di poter scegliere un futuro diverso dall’emigrazione, dalle grandi industrie, e dallo sfruttamento.
Ci troviamo dopo diversi anni TUTTI/E CONDANNATI a giudizio , per aver espresso le nostre necessità , per aver alzato con fierezza la testa, contrastando chi dall’alto cala ogni giorno scelte infamanti sulle nostre vite, costringendoci a vivere in questo ”stato “ , imponendo a tutti noi, alla comunità tarantina, di chinare la testa costantemente e ad accettare una situazione sociale e ambientale disastrosa alla quale siamo sottoposti da decenni.
Queste denunce non fermeranno il nostro cammino, vivere qui significa anche non avere paura del presente, del futuro e della repressione,
TARANTO LIBERA.
OFFICINE TARANTINE.

Nessuno rimarrà isolato – Mobilitazione contro la repressione in terra di Bari

Bari non è una città dove accadono molte cose, le proposte culturali e le occasioni sociali sono scarse; I giovani vanno via, non c’è lavoro e non ci sono prospettive. In questo vuoto pneumatico, a partire dal 2009, nella città di Bari è cominciato un nuovo ciclo: gruppi informali, collettivi, giovani e meno giovani hanno cominciato a riappropriarsi della pratica dell’autogestione e a fare esperienza di occupazioni. Occupazioni di spazi pubblici abbandonati a degrado e speculazioni, portati a nuova vita senza chiedere il permesso a nessuno, semplicemente perché era legittimo farlo. Dal 2009 possiamo contare ad oggi 7 occupazioni, ognuna di esse aveva uno scopo: diventare un abitativo per chi non poteva permettersi una casa, accogliere migranti, realizzare uno spazio sociale e collettivo, ognuna di loro sollevava una questione politica che altrimenti sarebbe rimasta sotto il tappeto.

Innegabile il contributo dato da questo tipo di esperienze, il cui valore culturale e politico è stato anche riconosciuto pubblicamente, molti baresi li hanno attraversati, elogiati, discussi partecipando alle centinaia di iniziative politiche, sociali e culturali promosse in questi anni. Tantissimi artisti baresi hanno cominciato a esibirsi in questi spazi, qualcuno di loro è diventato anche piuttosto famoso. Meno famosi sono coloro che questi spazi gli hanno fatti vivere con il loro impegno, coloro che vi hanno trovato accoglienza e solidarietà, nuovi legami, le loro storie non sono meno importanti.

difendersi

Oggi vi raccontiamo questo perché è dopo, quando nessuno ci pensa più, che rimangono i problemi da affrontare. Nell’ultimo anno sono stati denunciate oltre 50 persone per reati connessi a questo tipo di esperienze. 52 denunciate per il Mercato occupato, 19 per l’occupazione di Villa Roth. 7 persone per le manifestazioni contro la detenzione amministrativa nei CIE, tre persone per le manifestazioni in solidarietà con il popolo palestinese ed infine due persone sottoposte ad Avviso Orale.

Inoltre sono state denunciate 3 persone per un’azione politica collettiva riguardante la vicenda Rossani. A pochi giorni dalla scadenza del suo mandato, precisamente Il 5 giugno del 2014, Michele Emiliano incontra l’archistar Fuksas, per la firma dell’incarico di affidamento da parte del Comune del progetto di riqualificazione della Ex Caserma Rossani. Una mera speculazione edilizia che prevedeva tra l’altro la costruzione di auditorium/performance center con una capacità di circa 1000 posti.

Quel giorno decine di attivisti e occupanti dell’Ex-Caserma Liberata si presentarono al comune di Bari per chiedere conto al sindaco Emiliano delle sue scelte e per sottolineare che la volontà popolare, era quella di vedere un giorno su quell’area sorgere un parco pubblico. Sicuramente è anche grazie sa quella giornata se il progetto originale di Fuksas è stato cancellato e forse, un giorno sull’area Nord dell’Ex-Caserma Rossani sorgerà un parco pubblico. Per quell’azione, oggi lo stato chiede il conto a 3 militanti che parteciparono a quella iniziativa, pesantemente denunciati dalle autorità di polizia per diversi reati tra i quali, interruzione di pubblico servizio.

Nonsolo Marange terrà alta l’attenzione su tutte queste vicende affinchè nessuno rimanga isolato nell’affrontare la repressione, attraverso l’attivazione di un percorso comune di supporto legale sostenuto da una campagna di iniziative politiche e benefit da attuarsi nei prossimi mesi.

La Solidarietà è un’arma, la Solidarietà è una prassi.
Lunedi 23 maggio, ore 19:00 – presso il circolo ArciGramigna

Assemblea cittadina sulla repressione

Sabato 28 maggio, dalle ore 17:00 – presso l’Ex-Caserma Liberata

Incontro regionale sulla Repressione

dalle ore 22:00
STILL FIGHTING FOR FREEDOM
Reggay, rocksteady e ska contro la repressione

MAD MONKEY SELECTA meets CLEOPATRA SOUND SYSTEM

 

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Incontro dibattito regionale sulla repressione – 28 maggio, ore 17:00 – Ex-Caserma Liberata

Nell’ultimo anno le diverse procure della Regione Puglia hanno lanciato un duro attacco repressivo. A subirlo sono stati tutti coloro che negli ultimi anni si sono opposti alle “grandi opere” e alle speculazioni, una pioggia di denunce ha colpito chiunque abbia voluto esprimere il proprio dissenso verso le politiche governative di impoverimento sociale e di sfruttamento dei territori insieme a coloro che hanno lottato contro carceri, C.I.E. e tutti i luoghi di detenzione per la libertà di tutte e tutti.
Anche in Puglia, come nel resto del paese, alle denunce e ai processi si sono aggiunte decine e decine di misure cautelari e di prevenzione, misure interdittive ed in ultimo i decreti penali di condanna. A tutte/i coloro che sono colpite/i da questa ondata repressiva, in ultimo le 46 denunce per l’occupazione dei binari contro la truffa Xylella e 3 denunce per i compagni del Terra Rossa di Lecce, occorre dare tutta la nostra solidarietà e il nostro supporto.
Alla criminalizzazione delle istanze dal basso si può rispondere solo rilanciando la lotta. E questo può avvenire solo grazie all’organizzazione e alla consapevolezza necessaria a non farsi spaventare e limitare da queste misure, creando sistemi di reazione alla repressione che mettano in comune le esperienze e le pratiche, con l’unico scopo di permettere alla lotta di continuare, senza che nessuno venga danneggiato o rimanga isolato.
Come NONSOLO MARANGE – Cassa di Resistenza e supporto legale nel nostro primo anno di attività siamo stati al fianco degli antifascisti baresi sotto processo e stiamo avviando una campagna di mobilitazione riguardante le oltre 70 denunce ricevute in terra di Bari tutte riguardanti “reati” commessi durante azioni politiche. Inoltre abbiamo sostenuto la campagna per i detenuti del processo 15 Ottobre e ci siamo confrontati con altre realtà solidali nazionali quali Rete Evasioni e Osservatorio Repressione; grazie al confronto continuo con compagne e compagni che hanno partecipato alle nostre iniziative abbiamo maturato la necessità di essere noi stessi promotori di nuovi legami e nuove strategie per sostenere tutti coloro che sono vittima della repressione.
Per questo invitiamo tutte le realtà dei centri sociali e degli spazi occupati, delle palestre popolari, delle realtà territoriali che combattono contro le aziende che inquinano e devastano i territori, ad un pomeriggio di confronto e dibattito, incentrato sulle esperienze e sulle pratiche per essere vicini ai nostri compagni, difenderli, rivendicare con fierezza le ragioni per cui hanno e abbiamo lottato.
Il dibattito si terrà sabato 28 maggio dalle ore 17:00, negli spazi dell’Ex-Caserma Liberata di Bari

Solidarietà agli attivisti salentini colpiti dalla repressione

Solidarietà ai compagni leccesi che ieri hanno ricevuto 46 denunce per interruzione di pubblico servizio e riunione in luogo pubblico non autorizzata, consegnate agli attivisti che si opponevano al piano del taglio ulivi e oggi hanno subìto il legalissimo ma illegittimo sgombero del CSOA Terra Rossa . È evidente che questa reazione poliziesca è dovuta proprio alla lotta che si porta avanti negli ultimi tempi a Lecce, troppo scomoda per chi ci governa.