Resoconto sul presidio solidale anticarcerario del 25 agosto a Bari

Anche d’estate, soprattutto d’estate, non dimentichiamo chi è stato privato della libertà. I detenuti del carcere di Bari sono rinchiusi in un luogo di violenza, privazione, spersonalizzazione individuale ed affettiva.

Con queste parole al microfono si è aperto ieri il presidio sotto le mura del carcere di Bari in solidarietà a tutti i detenuti sia quelli “comuni” che a tutti i militanti/le rinchiusi nelle carceri. Un presidio partecipato, durato circa due ore mentre gli interventi contro le carceri, i cpr e tutti i luoghi di detenzione si alternavano alla musica popolare. Così come accaduto nei precedenti presidi la risposta dei reclusi non si è fatta attendere, facendosi “vedere” con accendini e bandiere improvvisate che facevano sventolare attraverso le sbarre. Sappiamo che i detenuti rischiano richiami e conseguenze per questi gesti, e vedere che presidio dopo presidio, la loro voglia di farsi vedere aumenta, ci rende consapevoli del valore che possa avere la semplice presenza e vicinanza umana, che attraverso il microfono e una cassa esprime la propria solidarietà. I “criminali” che “meritano” il carcere sono per la maggior parte appartenenti alle classi subalterne, i poveri e i reietti della società, i migrati e i tossicodipendenti che lo stato vuole far sparire dietro le mura carcerarie.

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La solidarietà è un’arma, la solidarietà è una prassi

Il 02 febbraio 2017, durante la serata, un nutrito gruppo si è riversato nelle strade adiacenti il carcere di Bari. Per circa due ore, un presidio organizzato da “Non solo marange – collettivo di mutuo soccorso e cassa di resistenza”, ha portato la propria solidarietà militante a tutti i detenuti e tutte le detenute, e ribadito l’inumanità e l’inutilità di tutte le strutture carcerarie.

Motivo pregnante di questa iniziativa è stato l’arresto di due compagni a Torino: Donato e Stefano, rei, secondo lo stato, di essersi opposti ad uno sfratto ai danni di una famiglia, hanno subito il carcere ed ora sono ai domiciliari. A loro va la nostra irriducibile solidarietà come a tutti e tutte i\le rinchiusi\e.
Due ore di emozioni arricchite dall’intervento di alcuni parenti di un recluso che hanno voluto salutare il proprio caro e dalla risposta dei detenuti e delle detenute che, all’udir dei cori, dei discorsi e della musica, hanno ribattuto accendendo pezzi di carta, salutando, urlando e applaudendo il presidio dei\delle solidali.
L’iniziativa si è conclusa con un corteo spontaneo e chiassoso per le strade del quartiere Carrassi, prolungatosi fino all’Ex-caserma liberata, che ha ribadito a voce alta la totale avversità all’oppressione sociale.
NO AI C.I.E E ALLE GALERE!
SOLIDARIETÀ A TUTTI I DETENUTI E A TUTTE LE DETENUTE!
SOLIDARIETÀ A TUTTI I MIGRANTI E LE MIGRANTI RINCHIUSE!

 

Presidio sotto le mura del carcere di Bari in solidarietà a Donato e Stefano. Contro galere e sfruttamento – Liber* Tutt* 

Mercoledì 1° Febbraio, dalle ore 19:00
Presidio sotto le mura del carcere di Bari in solidarietà a Donato e Stefano. Contro galere e sfruttamento – Liber* Tutt*

Circa tre settimane fa a 8 attivisti/e del collettivo PrendoCasa di Torino sono state inflitte misure cautelari, tra le quali la carcerazione per Donato e Stefano, ancora oggi reclusi nel carcere delle Vallette.
Misure cautelari imposte a seguito di denunce partite dopo la resistenza a uno sfratto. Un’azione di resistenza in solidarietà alla famiglia Said, colpita dall’infame articolo 610 (che prevede lo sfratto a sorpresa) e colpita sopratutto dalle mira del palazzinaro Giorgio Molino, proprietario di 2000 appartamenti a Torino, personaggio che lucra sui bisogni dei più ricattabili, dispensatore di 610, e più volte indagato per sfruttamento della prostituzione.

Nel giorno che 3 anni fà segnò l’occupazione di una parte dell’Ex-Caserma Rossani, gli attivisti e le attiviste del collettivo Ex-Caserma Liberata e di NONSOLO MARANGE, Collettivo di mutuo soccorso e cassa di resistenza, indicono un presidio sotto le mura del carcere di Bari per chiedere l’immediata liberazione di Donato e Stefano, rinchiusi nel carcere di Torino per aver difeso una famiglia dallo sfratto violento che i servi in divisa della questura di Torino hanno eseguito agli ordini del costruttore e speculatore Molino.
Contro galere e sfruttamento – Liber* Tutt*

DONATO E STEFANO LIBERI
#STOPSFRATTI #MOLINOUOMODIMERDA

Prendocasa Torino

NONSOLO MARANGE – Collettivo di mutuo soccorso e cassa di resistenza – Bari

Saluto al carcere la notte di capodanno a bari

nella notte di capodanno il saluto di compagne e compagni presso il carcere di Bari  per ribadire che nessuno è solo nelle galere come nei CIE.

 

Il 19 dicembre una nuova protesta ha visto protagonisti i migranti e le migranti del CARA di Bari i quali chiedevano a gran voce di modificare il nuovo meccanismo di distribuzione dei pasti. Tutto ciò è accaduto a pochi mesi dalla “lunga marcia” degli eritrei che a giugno manifestarono rivendicando il loro diritto a lasciare l’Italia e contestando il programma di relocation che li aveva costretti a Bari.
In questo clima di tensione che anche dopo la chiusura del CIE non si è placato, arrivano, come benzina sul fuoco, condanne pesanti nei confronti di 31 persone “colpevoli” di aver partecipato alla rivolta dinanzi al “Centro di (non) accoglienza” il primo agosto 2011. Il Tribunale di Bari ha condannato a pene comprese fra i 5 anni e 8 mesi di reclusione e i 3 anni e 10 mesi 31 immigrati, che con altre centinaia scesero in strada per manifestare la propria frustrazione e denunciare le condizioni inumane in cui si trovavano; fortunatamente la maggior parte dei condannati è irreperibile e ne siamo felici. Queste condanne comunque si aggiungono alle altre 14, comminate nel febbraio 2014, assieme alle deportazione nei paesi d’origine dei presunti ‘capi’ della rivolta. Non stupisce che la repressione colpisca chi alzi la testa, chi difende la propria dignità. Siamo consapevoli che per le leggi, e chi deve applicarle, non è importante che quelle centinaia di migranti vengano da paesi dilaniati da guerre di cui gli stati Nato, tra cui l’Italia, sono i veri responsabili; non importa che quei\quelle migranti rischino la vita durante una traversata per terra e mare pagata migliaia di dollari ad associazioni mafiose; non importa che quei\quelle migranti abbiano perso la propria famiglia, il proprio lavoro e si trovino in un paese che, negando il permesso di soggiorno o il diritto d’asilo , tiene migliaia di persone nell’impossibilità di cercare un impiego, di ricongiungersi ad amici o ai cari rimasti, di vivere liberamente insomma, gettandoli\e così in un’apatica ed estenuante inedia. Non stupisce neanche l’approccio tendenzioso e superficiale con il quale i giornali e i media hanno riportato la notizia, volto esclusivamente ad una mera cronaca dell’accaduto o a legittimare l’azione repressiva della magistratura dedita a placare ogni frizione sociale a colpi di anni di carcere. Non stupisce l’assoluta acriticità dei giornalisti nostrani, che non indagano sulle cause e sui presupposti che portano alla protesta, mai. La realtà è che l’accoglienza di stato è solo carcerazione, violenza, deportazione, negazione dell’identità. Chi giunge su queste coste senza le carte ritenute giuste si trova rinchiuso in una gabbia amministrativa fatta di burocrazia infinita e in una struttura “logistica” fatta di CIE, HOT SPOT, SPRAR, CARA, trattati alla stregua di merci. E questo sono, per chi tutto ciò lo gestisce. Il business per politici, mafiosi e fascisti è redditizio. Così come lo è per tutti gli altri operatori, che a vari livelli, permettono che la macchina dei lager per stranieri funzioni. Il tutto nel contesto di una strategia politica che punta a fare dello straniero il capro espiatorio per eccellenza, il nemico da combattere, la causa dei problemi, alimentando così la guerra tra poveri.
Noi sappiamo chi sono i\le colpevoli: sono le multinazionali e gli stati nazionali a loro asserviti, sono i\le banchieri\e e le loro istituzioni FMI e BCE, sono l’imperialismo di NATO, EU, Russia, Turchia ecc. che da un lato creano il problema, la guerra, utilizzando lo spauracchio del terrorismo o la lotta al dittatore autoctono di turno, e dall’altro si propone come soluzione allo stesso problema, invadendo manu militari per “esportare la democrazia”. Siamo convinti\e che la condizione dei\delle migranti è la medesima dei\delle disoccupati\e, dei\delle precari\e, di chi non ha una casa, di chi vede distrutto il proprio territorio dalle grandi opere; di tutti\e gli\le sfruttati\e senza distinzione di sesso, razza, religione, colore della pelle o nazionalità, perché la fonte è la stessa: il capitalismo fondato sul dominio.
Siamo complici con i\le migranti in lotta,

Siamo solidali con chi è stato\a colpito\a dalla repressione perché si è ribellato\a;

Siamo complici e solidali con chiunque lotti contro un sistema mondiale che vuole lo sfruttatore dominare gli sfruttati.
NO AL RAZZISMO! NO AI CIE\CARA!
NO AI CONFINI! SI ALLA LIBERTA’ DI MOVIMENTO!
SOLIDARIETA’CON I\LE MIGRANTI COLPITE DALLA REPRESSIONE!
COMPLICITA’CON I\LE MIGRANTI IN LOTTA!

Quelle mura che urlano libertà

Ieri, il nostro primo presidio sotto le mura del carcere di Bari, per parlare della vicenda di Carlo Saturno, giovane ventitreenne morto in quel carcere il 30 Marzo del 2011; di seguito il contributo di un compagno
Quelle mura che urlano libertà.
carlo-saturno-vive
Arriviamo come sempre in ritardo, il presidio è iniziato da poco e troviamo un bel gruppo di persone dietro lo striscione “CARLO SATURNO VIVE, siete voi ad essere i morti” … i compagni e le compagne in questi giorni hanno lavorato bene all’interno dei quartieri. Intorno il solito insensato dispiegamento di forze, sulle mura di cinta del carcere c’è un numero mai visto di guardie carcerarie che si muovono nervosamente a gruppetti. Dal microfono la storia di Carlo Saturno, uno dei tanti, troppi casi di detenuti che non escono vivi dal carcere, di “morti di stato” sui quali cala il silenzio della sottrazione sistemica che l’ordine carcerario compie sui corpi di chi fra quelle mura perde la vita.
Ad un certo punto qualcuno dall’altra parte delle mura prova a farsi sentire.
Urla, vestiti sventolati dalle grate verso l’esterno
Io e un compagno ci guardiamo dicendoci la stessa cosa: “E’ una scena che mette i brividi”; Le guardie penitenziarie si agitano e puntano un faro nella zona da cui proviene il “saluto”, un vero e proprio avvertimento mentre il presidio all’improvviso tace per alcuni secondi prima di esplodere tra urla, grida, fischi e slogan. Ci siamo ripresi per qualche secondo quelle cose fondamentali della vita che l’ipermediazione costante ci nega ovvero lo scambio e l’empatia.
Il carcere è quel luogo in cui non ti è riconosciuto nemmeno lo status di essere umano. Un banale contatto con l’esterno rappresenta un affronto troppo grosso per chi considera i prigionieri non più esseri umani ma numeri il cui destino è quello di essere irrimediabilmente estromessi dalla società. Non ho mai creduto nella funzione “rieducativa” del carcere. Nessuna riabilitazione è possibile in un sistema che si occupa solo di detenere, reprimere, isolare, talvolta persino uccidere. Le carceri italiane detengono soprattutto le classi più povere, coloro che vivono esistenze al limite perché nei quartieri dove sono cresciuti non c’erano alternative.
In quel momento il pensiero va agli amici del quartiere, alle loro scelte, alle soluzioni cercate per riscattarsi da una condizione di miseria, ai motivi che li hanno portati a trascorrere i loro anni migliori fra quelle squallide mura, in cui sei poco più che una voce dispersa nel bilancio dello stato, ai loro sguardi spenti tutte le volte che ci ritroviamo al solito bar, al sorriso amaro sui loro visi quando, come a volersi giustificare, mi dicono “forse uno mi chiama per lavorare la settimana prossima”. Perché il carcere ti fa anche questo. Intanto il presidio prosegue e una signora strappa di mano il microfono dalle mani di un compagno e urla “Assassini, vogliamo giustizia!” è la zia di Carlo che ha saputo del presidio dalle locandine affisse in tutto il quartiere ed ora è li davanti a noi con il microfono in mano. Passano i minuti tra grida, slogan e musica popolare contemporanea, la zia di Carlo prima di andare grida, “ragazzi qualunque cosa facciate io sono con voi, chiamatemi”, parole che unite a quel brivido dato da quelle urla, provenienti dall’altra parte del muro restituiscono il senso vero dei percorsi di lotta fatti di partecipazione e solidarietà.

Presidio sotto le mura del carcere di Bari

Giovedi 20 Ottobre a partire dalle ore 18:00
Presidio sotto le mura del carcere di Bari (Viale Papa Giovanni XXIII)
NON SARA’ LA MORTE A FERMARE LA TUA VOCE
Verità e giustizia per Carlo Saturno
NONSOLO MARANGE – Cassa di resistenza, supporto legale e mutuo soccorso

 

carlo-saturno-presidio

In carcere si tortura, in carcere si muore – la storia di Carlo Saturno

La fine violenta di Carlo Saturno, giovane ventitreenne morto nel carcere di Bari il 30 marzo del 2011, non è solo una storia di una morte e violenza, ma anche di coraggio e volontà.

E’ il 30 Marzo del 2011; Carlo viene rinchiuso in una cella di contenimento del carcere di Bari, dove poche ore dopo, viene ritrovato in condizioni disperate con un lenzuolo legato al collo. Carlo Saturno viene trasferito al Policlinico di Bari, dove 8 giorni più tardi verrà dichiarato morto.

Carlo entra per la prima volta in carcere, nel 2003 all’età di 14 anni nell’Istituto penale per minorenni di Lecce, dove si trova a subire ogni tipo di abuso da parte delle guardie penitenziarie, sino ai limiti della tortura. Carlo guidato da un’incrollabile volontà nel difendere la sua integrità fisica e mentale dal sistema carcerario, decide di denunciare insieme ad altri detenuti ed operatori del carcere le violenze subite. È l’unico però ad avere il coraggio di testimoniare nel processo contro 9 agenti penitenziari avviatosi nel 2007. Da qual momento la vita di Carlo diventa un inferno fatto di vessazioni, minacce, isolamento, a prescindere dalle carceri nelle quali viene trasferito: Novara, Taranto e infine Bari.

Il 30 marzo del 2011, dopo l’ennesimo scontro fisico e verbale con un agente di polizia penitenziaria del carcere di Bari, alla presenza di altri agenti e detenuti, Carlo viene rinchiuso nella cella di contenimento proprio per essersi rifiutato di piegarsi all’ennesima minaccia di trasferimento, poche ore dopo verrà trovato impiccato.

A distanza di 5 anni dalla sua morte violenta e nonostante le pressanti richieste del GIP, “di individuare gli agenti di polizia penitenziaria responsabili del pestaggio, i medici che ebbero in cura il ragazzo, gli psicologi e tutti coloro che permisero che restasse solo nella cella in cui fu trovato cadavere”, per la terza volta la procura di Bari ha chiesto l’archiviazione del caso con l’evidente volontà di non voler perseguire i responsabili della morte di Carlo. Per il magistrato inquirente non ci sono approfondimenti da fare, nè colpevoli da cercare, così come avviene per la maggior parte dei detenuti che muoiono in per “arresto cardiocircolatorio” o “suicidio”.

Il carcere è il luogo della disumanizzazione, della spersonalizzazione individuale e affettiva, della violenza e della privazione. Il carcere di Bari, se mai l’abbia avuto, ha di certo perso la sua funzione di “rieducazione” rimanendo solo un luogo di detenzione fatiscente e vetusto, sovraffollato, senza luoghi di socialità adeguati, con spazi aperti molto limitati e dove la stragrande maggioranza dei detenuti è in attesa di giudizio (267 su 348).

Noi vogliamo che la memoria di Carlo come di tutti coloro che hanno perso la vita nelle carceri rimanga viva, noi vogliamo verità e giustizia per Carlo Saturno e lo grideremo a gran voce sotto le mura del carcere di Bari, giovedi 20 Ottobre a partire dalle ore 18:00 (Viale Papa Giovanni XXIII) dove il nome di Carlo è solo uno dei tanti nomi di coloro che hanno perso la vita in quel luogo.