Dall’esclusione alla negazione sociale: un anno di Daspo urbano.

Il 31 Dicembre alcuni importanti quotidiani italiani hanno riportato i dati diffusi dal Viminale su migranti e sicurezza [1] . Si tratta soprattutto di dati su accoglienza e espulsioni che è possibile trovare sul sito del viminale. Sul versante sicurezza sia Repubblica [2] che Il Sole 24 Ore [3] hanno riportato lo stesso laconico righino “i dati del ministero dell’Interno dicono che il Daspo urbano è stato adottato quest’anno in 465 casi, era già in vigore in 270, per un totale di 735” un dato che però non è stato possibile riscontrare sul sito del Viminale.

Un’informazione difficile da interpretare poiché il daspo urbano, tecnicamente, non esiste. “Daspo urbano” è un termine giornalistico utilizzato per spiegare le nuove misure introdotte dal Decreto legge del 20 febbraio 2017, ( D.L. 14/2017 ) meglio noto come Decreto Minniti. Le nuove “Disposizioni urgenti in materia di sicurezza delle città” hanno introdotto nell’ordinamento italiano nuovi provvedimenti amministrativi di polizia: l’ordine di allontanamento, di competenza delle Forze dell’ordine, e due diverse tipologie di divieto di accesso, emanate dal questore.


L’ordine di allontanamento, detto anche “mini-daspo” è un provvedimento amministrativo preventivo-cautelare e può essere imposto da tutti gli appartenenti alle Forze dell’ordine anche prive della qualifica di agente di pubblica sicurezza. L’allontanamento della durata di 48 ore può essere così impartito anche dagli appartenenti alle Polizie locali e deve limitarsi a vietare la circolazione o lo stazionamento in una zona ben delimitata.

Il Divieto di Accesso Urbano (c.d. D.AC.UR.) è ciò a cui generalmente ci si riferisce con la dicitura “Daspo urbano”. Si tratta di un divieto di accesso della durata di sei mesi, che può estendersi sino ai due anni nel caso in cui il destinatario non abbia una fedina penale immacolata. Il divieto di accesso viene emanato dal questore in caso di “reiterazione delle condotte che impediscono l’accessibilità e la fruizione di infrastrutture urbane”, può essere emanato relativamente ad una o più aree che devono essere espressamente specificate e dunque precedentemente individuate attraverso una delibera comunale. Considerando che molti capoluoghi hanno deliberato solo recentissimamente sulle zone “a rischio daspo” e che molti non lo hanno ancora fatto, si può affermare senza grossi dubbi che il reale impatto di queste misure sui territori è ancora tutto da verificare.
In base a questi dati sarebbe possibile supporre che i 465 “daspo urbani” emanati quest’anno si riferiscano esclusivamente ai divieti di accesso urbano. Sorge spontaneo il dubbio di quali siano i 270 casi già in vigore, trattandosi di uno strumento assolutamente nuovo a disposizione delle polizie. Fino al febbraio dello scorso anno infatti, le uniche (se vi sembrano poche) misure di prevenzione amministrativa con disposizione di allontanamento erano il foglio di via e naturalmente il D.a.spo oltre che l’ordine di allontanamento dello straniero previsto dal testo unico sull’Immigrazione. Con il D.ac.ur. per la prima volta è possibile limitare la libera circolazione anche di cittadini regolarmente residenti. Ma di che tipo di cittadini stiamo parlando? Dopo la femminilizzazione del lavoro, stiamo assistendo a una “migrantizzazione” della cittadinanza?

Nonostante l’assenza di dati certi da parte delle questure e dalle polizie locali, per rispondere a queste domande abbiamo messo in campo una ricerca a mezzo stampa, che ci fornisce un dato parziale ma senza dubbio un campione indicativo di come i comuni hanno applicato la nuova misura a disposizione, con quali differenze geografiche e di soggettività coinvolte. Governi e polizie locali, ansiose di comunicare i risultati raggiunti nella “lotta al degrado”, hanno fornito sufficienti dati da poterci fare un’idea piuttosto chiara dell’applicazione del “daspo urbano” attraverso i giornali locali.

Sui giornali locali italiani infatti sono stati segnalati almeno 679 decreti di allontanamento fra daspo e mini daspo. Considerando che si tratta di una ricerca a mezzo stampa e che i giornali hanno dato rilevanza all’argomento solo con le prime applicazioni della misura o riportando i dati forniti dalle stesse polizie locali probabilmente parliamo di numeri anche parecchio più elevati. In particolare i “mini daspo” non essendo emanati dal questore possono essere emanati in maniera molto più ingente e discrezionale tale da salire difficilmente all’occhio dei giornalisti a meno che non sia stata la stessa polizia locale a fornire i verbali a riprova dell’ “ottimo lavoro svolto”.


Considerando che la misura deve ancora essere adottata dalla totalità dei comuni italiani potremmo aspettarci che i cittadini (residenti e non) “daspabili” nell’arco del 2018 siano nell’ordine delle migliaia. A questi numeri va aggiunto l’ingente numero di sanzioni amministrative che sono state inflitte dai “nuclei antidegrado” (o “pattuglie antidegrado”) costituitesi negli ultimi anni nei corpi di polizia. Questi nuclei, per i quali sono state disposte numerose nuove assunzioni da parte del ministero, sopperiscono alle disposizioni delle nuove ordinanze comunali riguardo la “difesa del decoro urbano” e la tutela dell’ordine pubblico nei centri cittadini. Le ordinanze a tutela del decoro non sono una novità, ma sono già state promulgate da sindaci di ogni colore politico a partire dal 2008. Una delle più recentemente note è l’ordinanza “anti-clochard” firmata dal sindaco di Como [4] , alla quale l’ordinanza anti mendicanti scritta da Renzi nel 2009 (quando era sindaco di Firenze) non ha nulla da invidiare. Ma quello che sta accadendo in questi mesi è una vera e propria ondata di multe, foraggiata da sindaci sceriffi e forze dell’ordine incitate a contrastare chiunque assuma condotte ritenute illecite. Condotte che vanno dai cosiddetti “atti osceni in luogo pubblico” al bivacco, al semplice consumo di bevande. Nel mirino quindi senza dubbio i poveri e i clochard, ma non solo. A Cairo Montenotte in provincia di Savona, due ragazzine di quattordici anni sorprese dai vigili urbani su delle giostre vietate ai maggiori di dodici anni hanno rimediato una multa di 340 euro [5] a testa.


L’isteria securitaria applicata nei piccolissimi comuni del nord Italia dove accade poco o nulla di realmente pericoloso porta alla repressione anche delle più piccole forme di illegalità, con conseguenze davvero sproporzionate rispetto alla gravità del fatto (che ricordiamo non può essere nemmeno definito reato). Così a balzare agli onori della cronaca finiscono pericolosi fruttivendoli abusivi: «La squadra di vigili anti-degrado ha sgomberato il camion e sequestrato la merce del fruttivendolo abusivo (…) È il primo risultato illustrato dall’assessore Garassino stasera al termine della giornata di controlli straordinari che hanno interessato la zona del centro storico [6] » o pericolosissime ragazze che urinano in strada con immancabile foto di mutandine abbassate annessa, e dovizia di particolari possibilmente pornografici mimetizzati fra lo scandalo dei passanti. La nuova dottrina del decoro, riproduce una sorta di meccanismo di “esibizionismo morale”. Un esibizionismo che è pornografico proprio come lo è l’industria del porno descritta dagli studi femministi, ovvero con il preciso intento di essere esibita e vista, con amplessi programmati che devono essere estremamente ripetitivi, meccanici, uniformi. Affinché l’epopea della pubblica sicurezza possa essere consumata e utilizzata «la parola e l’azione securitarie devono essere metodicamente messe in scena, esagerate, drammatizzate, persino ritualizzate» scriveva il sociologo Loic Wacquant [7]e, dunque, particolarmente prevedibili in modo da soddisfare le esigenze dello spettatore medio, alimentandone le paure, ma incanalandone la rabbia, senza lasciare spazio alla riflessione.


Così, in base a una certa perversione geograficamente collocata i daspo colpiscono soggettività diverse. Ad esempio mentre al sud si applica il daspo con più timidezza, riservandolo agli odiati parcheggiatori abusivi, nel nord Italia l’ubriachezza e i comportamenti cosidetti “antisociali” sono fra le principali cause dell’utilizzo del daspo. Non sono i pochi i casi in cui i daspati sono persone con problemi psichici o di dipendenza dall’alcool. Spesso si tratta di anziani o di giovanissimi. Allontanati dai propri stessi quartieri, queste persone reiterando il loro “comportamento antisociale” rischiano il TSO, la galera o nel caso dei migranti, il rimpatrio. Alcuni di essi, come ad esempio le persone di etnia rom, sono daspabili per il semplice fatto di esistere, poiché il loro stile di vita non corrisponde a precetti e ordinanze a difesa del decoro.

Inutile dire che in genere queste misure securitarie aprono la strada alle rivendicazioni dei gruppi di estrema destra. A Vicenza l’estrema destra ha divulgato un comunicato contro l’amministrazione comunale colpevole di aver trattato con mano troppo morbida i parcheggiatori abusivi «Al riapparire di parcheggiatori abusivi e molestatori, siamo pronti a mettere nuovamente in campo i nostri militanti per un’azione decisa [8]». A rischio sono anche gli agenti della polizia locale, che per mettere in atto misure fortemente liberticide sono sempre più spesso vittime di aggressioni. Naturalmente a rischiare più di tutti sono i migranti e le migranti, i più daspati in assoluto da Roma in su, potenzialmente rimpatriabili con un paio di segnalazioni per commercio abusivo, per accattonaggio, per prostituzione. Sfruttati da un sistema che non gli riconosce alcun tipo di diritto e poi espulsi nel tripudio perbenista. Perbenismo che attenzione potrebbe colpire proprio chiunque: non mancano le multe per fumo nei parchi, per aver praticato la giocoleria agli angoli delle strade, per aver utilizzato fontanelle come lavatoi, o come accaduto a Como ma in molte altre città per aver aiutato i poveri, storie di elemosine, cappelli e coperte messi sotto sequestro.

Quello che sta accadendo sotto i nostri occhi, nelle nostre città, non è una serie di fenomeni slegati, ma è proprio uno spostamento di immaginario della vita comune e del concetto stesso di umanità. Le nostre città sono popolate da persone che non vengono riconosciute in quanto tali, che non sono degne di assistenza e restano invisibili, fino a quando non intralciano il cammino dei flussi economici e turistici. In quel caso vengono allontanate con ogni tipo di strumento, anche architettonico. Le nuove città “smart” sono costruite con elementi di “arredo urbano funzionale” ovvero anti-povero. Sbarre sulle panchine, dissuasori contro il bivacco, uomini e donne scacciati come se fossero piccioni, esistenze vessate, negate, recluse. Sono queste le caratteristiche delle società neoliberiste, in cui le politiche sociali e di sostegno alle povertà vengono totalmente abdicate in favore delle decisioni prese dalle istituzioni fiscali internazionali e dei pareggi di bilancio. Ai governi nazionali non resta che gestire l’enorme disagio sociale che ne consegue solo in termini di ordine pubblico e con le gravi conseguenze che già conosciamo. Ci aspetta un futuro in cui una parte della società potrebbe venire non solo esclusa, ma negata in tutta la sua interezza e umanità. Per disinnescare questo meccanismo disumanizzante, bisogna partire proprio dalla solidarietà e dal riconoscimento di ognuna di queste soggettività marginalizzate come parte integrante e umanissima delle nostre città.

Solidarietà al compagno Bobo Aprile sotto processo per aver dato corpo e voce alla lotta

Ancora una volta la procura barese sceglie di investire il proprio tempo e le proprie risorse per dare seguito alle denunce della polizia di stato nei confronti di un compagno, un sindacalista e uomo sempre disponibile a dar voce agli ultimi. Denunce che hanno l’unico scopo di vessare ulteriormente chi ha ancora voglia di battersi per la causa collettiva, in questo caso quella palestinese, per la quale siamo stati ancora in presidio lo scorso 17 dicembre, per ribadire che Gerusalemme è capitale della Palestina. Per futili motivi, se non quelli appunto di infierire su uno dei compagni più attivi e determinati della Puglia, il prossimo 8 gennaio Bobo sarà ancora una volta a processo al tribunale di Bari. Siamo con lui e con tutti e tutte coloro che sono vittima di abusi di polizia, denunce, vessazioni a causa del proprio impegno politico e sociale.

Il sindacalista dei Cobas Bobo Aprile a processo per aver ostacolato il lavoro delle forze dell’ordine
Il sindacalista dei Cobas Bobo Aprile sarà processato a Bari l’8 Gennaio 2018 per una manifestazione a sostegno della Palestina, svoltasi il 22 luglio 2014 a Bari, davanti alla sede della Regione Puglia. L’accusa è quella di aver ostacolato il lavoro degli uomini della Polizia, in particolare di un operatore che riprendeva da lontano ed in atteggiamenti sospetti lo svolgimento del sit-in.

Erano i giorni dello sdegno internazionale provocato dai criminali bombardamenti di Israele su Gaza che provocarono migliaia di morti civili, bruciati letteralmente vivi da sostanze proibite nelle guerre. Molti cittadini pugliesi avevano risposto a questi tragici avvenimenti con una grande manifestazione regionale il 19 Luglio 2014 per le strade di Bari. Alla fine di questa giornata si fissò, appunto per il 22 dello stesso mese, il sit-in davanti alla sede della Regione Puglia per chiedere al Consiglio Regionale che si riuniva quel giorno l’approvazione di un ordine del giorno di condanna degli avvenimenti di Gaza. Una delegazione dei manifestanti entrò nel Consiglio Regionale per seguire da vicino i lavori e all’esterno su via Capruzzi si diede vita ad un caloroso sit-in. L’ordine del giorno proposto dai manifestanti venne cambiato in più punti e approvato dal Consiglio Regionale, Istituzione che aveva vissuto momenti migliori di solidarietà nei confronti dei palestinesi. Erano i tempi dell’ancora oggi compianto vicepresidente del Consiglio Regionale tra gli anni ‘80 e ‘90, Nicola Occhiofino.


Durante lo svolgimento del sit-in una persona sconosciuta riprendeva la manifestazione provocando la reazione dei partecipanti perchè poteva trattarsi di chiunque. I manifestanti, di cui tanti cittadini Palestinesi con familiari sotto occupazione Israeliana, erano particolarmente preoccupati da questa presenza poiché la città di Bari è caratterizzata da sempre da una viva attività economica israeliana, con servizi di sicurezza al seguito. A quel punto, Bobo Aprile, in qualità di organizzatore, intervenne dall’altoparlante posto sulla sua macchina chiedendo alla Polizia presente sul posto di qualificare la persona in questione che stava riprendendo la manifestazione. La presenza inquietante in Puglia di Israele il movimento pugliese di solidarietà con la Palestina lo aveva già avvertito quando, sul finire degli anni 80, aveva contrastato la presenza a Bari di una delle due Camere di Commercio Italo – Israeliana site in Italia, successivamente chiusa. Ancora ci si ricorda della scoperta fatta durante una protesta all’interno della Fiera del Levante nello stand di Israele dove venivano offerte, con opuscoli ben occultati, triangolazioni commerciali esentasse Israele –Usa-Sudafrica in pieno Apartheid. In quella occasione, come Comitato a sostegno della Palestina, abbassammo la bandiera di Israele tra tutte quelle esposte nella galleria delle nazioni per sostituirla con altre palestinesi. Avvenimenti che videro la partecipazione attiva di un’ altra persona persa anzitempo, Dino Frisullo.
Questa protesta contribuì a garantire, da quel momento in poi, la presenza alla stessa Fiera del Levante dello Stato di Palestina. Fu una sorta di operazione di riequilibrio politico. Tuttavia, la solidarietà alla Palestina non conosce soste. E’ tornata ad essere di nuovo attiva nella giornata di domenica 17 dicembre 2017 in un sit in di protesta a Bari per quello che continua ad avvenire da quelle parti, in particolare in questi giorni.
Il sostegno continua portando la Palestina con noi dappertutto, anche nelle aule dei Tribunali Italiani.

Brindisi 01.01.2018 per il Cobas Roberto Aprile

Bari: Non spegni il sole se gli spari addosso

Siamo gli studenti e le studentesse del Liceo Artistico De Nittis, che due notti fa hanno tentato di occupare la propria scuola per protestare contro le disastrose condizioni in cui versa l’istituto da anni.


Dopo essere entrati (senza procurare alcun tipo di danno) a volto scoperto e dopo aver controllato la zona posteriore della scuola, ci siamo diretti verso l’entrata principale con l’intento di accedere alla struttura in totale sicurezza; intorno alle 2:30 del mattino è accaduto l’imprevedibile e l’impensabile: dopo aver suonato il clacson un paio di volte, abbiamo visto uscire un uomo da una macchina privata che si dirigeva verso di noi con una pistola alla mano.
Siamo rimasti impietriti e quello che ci è stato gridato è:

«Fermi tutti, vi sparo! Vi sparo, ho una pistola!».

«Fermo, siamo studenti»

è stata la risposta mentre tutti ci giravamo per scappare verso l’uscita, presi dal panico.
Ci rincorreva e continuava a gridare «Muovetevi e ringraziate che non vi sto facendo nulla», abbiamo scavalcato un muro, mentre insisteva nell’inveirci contro. L’uomo stesso ha affermato di essere stato incaricato dalla preside, nei giorni precedenti all’avvenimento, di impedire agli studenti di occupare l’istituto
Ormai fuori da scuola ci guardavamo l’un l’altra: tre ragazze si sono ferite nella corsa, due alle mani e una alla gamba quindi ci affacciamo dentro e vediamo che l’uomo aveva i distintivi di riconoscimento dell’ IVRI , un’agenzia di sicurezza privata ed è lui stesso incredibilmente a dircelo: «Sono stato incaricato dalla vostra Dirigente Scolastica ieri stesso per impedire eventuali occupazioni».

   

Il giorno successivo ci siamo riuniti in un’assemblea pubblica di fronte i cancelli della scuola, per denunciare le scelte di Irma d’Ambrosio, la dirigente scolastica della nostra scuola, le cui misure repressive avevano l’unico scopo di scongiurare mobilitazioni da parte degli studenti e delle studentesse.

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Istituto De Nittis a Bari: la repressione sugli studenti si fa armi alla mano

La notte fra domenica e lunedì 18 dicembre la vigilanza privata dell’istituto De Nittis ha minacciato di morte e puntato la pistola in faccia ad attivisti ed attiviste dei collettivi studenteschi durante un tentativo di occupazione. Non si tratta di un incidente, ma dell’intenzione premeditata della preside Irma D’Ambrosio di assoldare una guardia giurata armata a difesa della struttura scolastico proprio con il fine di scongiurare le mobilitazioni studentesche. Dopo la mezzanotte un gruppo di studenti si dirigeva verso l’entrata dell’istituto con l’intenzione di occupare la scuola accedendo a volto scoperto verso l’entrata principale. Fuori, una guardia giurata, all’interno di una macchina privata, dopo aver suonato il clacson per intimorirli, è uscita furiosamente dall’auto munita di pistola e senza neanche essersi dichiarata come un addetto alla sicurezza ha puntato l’arma ad altezza volto, caricandola e minacciando di sparare, addirittura inseguendo i ragazzi scappati via in seguito alla minaccia. Nella corsa una ragazza si è ferita gravemente ed è stata successivamente portata al Pronto Soccorso.
Questa versione dei fatti trova concorde la totalità degli studenti e delle studentesse del De Nittis, mentre non coincide con la versione dei fatti della preside e dell’istituto di vigilanza che negano l’utilizzo della pistola.
Quella che segue è una delle molte testimonianze che sono state diffuse, da parte di una studentessa del Liceo Artistico De Nittis: «(la guardia) Dopo aver suonato il clacson per intimorirli, esce furiosamente dall’auto munito di pistola, senza neanche essersi dichiarato come un addetto alla sicurezza; punta l’arma ad altezza volto, caricandola e minacciando di sparare, così rincorre i ragazzi che giustamente di fronte al pericolo sono scappati. Nella corsa una ragazza è caduta tagliandosi gravemente la mano ed è stata successivamente portata al Pronto Soccorso; altri ragazzi si sono provocati danni lievi, suggerendo all’agente di riporre l’arma senza ottenere risultati.»

L’eco dei fatti incresciosi raccontati dai ragazzi del De Nittis ha raggiunto anche il plesso Pascali dell’istituto artistico, sul lungomare Vittorio Veneto dove studenti e corpo docente hanno avviato uno sciopero bianco per dimostrare solidarietà nei confronti dei ragazzi aggrediti nella notte. La preside D’Ambrosio ha negato anche l’adesione dei docenti allo sciopero. Durante la mattina studenti e studentesse si sono riuniti in assemblea autoconvocata all’esterno dell’Istituto.

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Racconti di repressione – La passeggiata del terrore, contributi dalla terra di Bari

Questo racconto ho voluto scriverlo per condividere con compagne e compagni la mia esperienza di lotta al financo del popolo NOTAP

Ringrazio innanzitutto per la solidarietà che ho ricevuto dai compagn* e dagli attivist* del movimento NOTAP. Ciò che ho subito insieme a tanti altri è stata un aggressione a cielo aperto. E tutto questo non deve rimanere in silenzio. Le forze dell’ordine si sono accanite su di noi sia verbalmente con ingiurie e offese sessiste che fisicamente con i manganelli alla mano. Ero per terra quando ho ricevuto la prima manganellata; colpita alle spalle, mi giravo e rivolgendo lo sguardo verso l’alto vedevo la sagoma di un poliziotto che mi sferrava un secondo colpo con il manganello. D’istinto ho alzato il braccio per proteggermi. La manganellata è arrivata e se non fosse stata per la solidarietà attiva di due compagne che si trovavano vicino a me, avrebbe continuato. Il tempo per realizzare ciò che stava accadendo veniva scandito dal dolore al braccio e al gomito, tanto da non riuscire più a muoverlo nel giro di pochi secondi. Sono seduta a terra e sento le voci dei miei compagni e le urla di un dirigente di PS che camminando avanti e indietro con il manganello nella mano, fomentava i suoi sottoposti con odio e rabbia contro persone oramai immobilizzate, costrette a stare in ginocchio e con le manette ai polsi.

Intorno a noi un clima di feroce barbarie. Non ci si poteva muovere manco per prendere l’acqua dallo zaino che subito arrivava il celerino. Non è mancata la battuta squallida da parte di un agente verso una ragazza che era vicino a me: “Ti piacciono le manette eh?”. Bastardo. Dopo circa due ore siamo stati divisi in gruppi da 6/7 persone e condotti verso i blindati. All’interno del pulmino non ci si poteva avvicinare con lo sguardo al finestrino che immediatamente una guardia arrivava a chiudere la tendina per impedircelo. Durante il tragitto non mancavano le risatine tra le guardie di sottofondo. Una scena divertente eh?…

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#NOTAP – Il nostro sguardo verso il cielo dove non esistono barriere!

Da quando il Movimento No Tap ha cominciato ad opporsi fisicamente alla costruzione del cantiere abbiamo assistito a una pioggia di denunce e misure di sicurezza. Già quest’estate gli attivisti sono stati colpiti con multe da centinaia di migliaia di euro. Oltre 25 verbali di violazione amministrativa (parliamo di multe da 10000 euro) notificati ad altrettanti cittadini che avevano preso parte alla manifestazione contro il blitz notturno dello scorso 4 luglio, durante il quale la ditta appaltatrice di TAP ha provveduto allo spostamento di 42 alberi di ulivo (1) .

Nelle ultime settimane una vera e propria occupazione militare sta interessando l’area del comune di Melendugno. La zona di San Basilio è stata decretata dal 13 Novembre “Zona Rossa” e centinaia di agenti sono stati ingaggiati per proteggere l’area dove sono state erette delle recinzioni così impressionanti che, lì fra gli ulivi, più che in Salento sembra di essere sulla striscia di Gaza. Il territorio è diventato completamente invalicabile se non dai residenti, sottoposti a continue identificazioni, mentre il presidio in zona San Basilio è stato spazzato via.

L’esibizione di forza da parte della polizia per scoraggiare l’opposizione popolare si sta concretizzando anche con la consegna di fogli di via. Il 20 Novembre il movimento No Tap si è dato appuntamento in Piazza Tancredi a Lecce per contestare la posizione dell’Università del Salento in merito a TAP e in particolare la presenza (in un convegno sulla sicurezza e la tutela ambientale sic!) di Michele Mario Elia, che oltre ad essere il country manager di TAP, è anche stato condannato in primo grado nel processo per la cosiddetta “Strage di Viareggio” a 7 anni di reclusione (2a /2b). Durante questo appuntamento non solo i manifestanti sono stati manganellati e picchiati, ma é anche stata consegnata a due attivisti l’ingiunzione a presentarsi in questura, dove hanno ricevuto un foglio di via che gli vieta di mettere piede in territorio di Melendugno per 3 anni. Mentre gli notificavano l’atto, le Fdo si sono preoccupate di mostrare il grosso faldone che conteneva i fogli, facendo intendere agli attivisti che ne avrebbero presto potuti tirare fuori molti anni.

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Aggressioni poliziesche a Bari: Il Furgone di Troia del Collettivo Athena

Già da prima che il corteo muovesse i prima passi da Pizza Umberto, studenti e studentesse dei differenti collettivi erano stati a più riprese aggrediti verbalmente e fisicamente da esponenti alle forze dell’ordine con l’evidente intento di intimidire e ridurre al silenzio ragazzi e ragazze che hanno deciso di alzare la voce contro lo sfruttamento dell’alternanza scuola lavoro.

Le provocazioni sono continuate per tutto il corteo tra minacce e clamorose affermazioni delle forze di ps quali “Non fate cori contro le altre organizzazioni studentesche o blocchiamo tutto” culminate a corteo terminato con il fermo e l’identificazione di una quindicina di attivisti ed attiviste del Collettivo Athena. Durante il fermo diverse rappresentanze studentesche si sono mosse per portare attraverso la loro presenza in strada, solidarietà e vicinanza

Esprimiamo solidarietà al Collettivo Athena, un percorso studentesco autonomo dalle rappresentanze sindacali di marca CGIL, nato nelle scuole e cresciuto tra assemblee, iniziative e un confronto costante tra collettivi che ha portato ieri circa 500 tra ragazzi e ragazze a sfilare oggi per le strade di Bari e che si è rapportato per la prima volta con la responsabilità dell’essere soggetto politico in città.
Nessuna intimidazione potrà fermare la lotta
La solidarietà è un’arma, la solidarietà è un prassi

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Presentazione di Costruire Evasioni con Prison Break Project

Venerdì 1° Dicembre, dalle ore 19:30
Presso il Cineteatro Mimì Milano in Ex-Caserma Liberata

incontriamo

Prison Break Project

progetto di ricerca ed analisi sulla repressione dei movimenti sociali, per presentare il loro lavoro

COSTRUIRE EVASIONI Sguardi e saperi contro il diritto penale del nemico
Edizioni Be Press

a seguire cena sociale a supporto delle attività di Non Solo Marange

Dalla prefazione di Salvatore Ricciardi:
“Seguendo il filo di queste indicazioni si potrà avere un quadro più preciso delle tendenze che sta assumendo la repressione per non farci trovare impreparati. Né colti alla sprovvista.
Avere questo libro tra le mani è importante; ancora più importante è leggerlo e discuterlo collettivamente; ma la vera sfida è quella di continuare questa riflessione sul piano pratico, senza tralasciare quello analitico.”

Come collettivo di Mutuo soccorso e cassa di resistenza siamo convinti che oggi come ieri sia importante parlare di repressione non solo per analizzarne le modalità operative. ma anche per offrire ad attivisti ed attiviste, militanti e a tutti e tutte coloro che lottano nuovi strumenti di autodifesa, di critica e di resistenza collettiva alla repressione.

Le realtà antagoniste baresi negli ultimi anni sono state oggetto di innumerevoli denunce e di atti di repressione sia individuali che collettivi, così come molte altre realtà di lotta ed aggregazione nel resto della regione. Pensiamo al Movimento NoTap in lotta contro la devastazione del territorio, ai disoccupati brindisini recentemente condannati, ai cittadini tarantini che contestavano Renzi e la devastazione ambientale dell’Ilva, oltre che alla continua repressione subita dagli attivisti dei centri sociali, delle case occupate e dei luoghi di aggregazione antifascisti. Una repressione fatta non solo di denunce ma anche di provvedimenti amministrativi come l’avviso orale, il Daspo e i fogli di via.

Proseguiamo con l’analisi e il dibattito intorno alla situazione repressiva, avviato da oltre due anni da Non solo marange attraverso il dialogo con altre realtà impegnate nel voler inceppare il meccanismo repressivo dello stato. Questa volta lo faremo invitandovi al confronto con il progetto Prison Break, per diffondere saperi di resistenza e costruire nodi di contropotere.

nonsolomarange.noblogs.org
prisonbreakproject.noblogs.org

Prison Break Project nasce dall’esigenza di tre precari di prendere parola sulle dinamiche repressive in atto e così contribuire ad una riflessione critica, rivolta principalmente ai movimenti sociali, sulle modalità per spezzare le logiche di isolamento, di limitazione dell’agibilità politica e d’imprigionamento dei corpi che la repressione impone.
Abbiamo avvertito l’urgenza di un intervento su tale ambito dopo esserci confrontati in maniera più o meno diretta con le conseguenze della stretta repressiva che si è registrata in Italia, in particolare nell’ultimo decennio. Nell’ambito della nostra partecipazione alle lotte sociali, alle quali cerchiamo nel nostro piccolo di contribuire, abbiamo conosciuto sulla pelle, nostra o dei nostri compagni e compagne, la crudezza della criminalizzazione e i suoi effetti nefasti sulla capacità organizzativa e l’efficacia delle forme di opposizione al sistema capitalista attuale.

Nel corso della nostra esperienza universitaria abbiamo vissuto percorsi di mobilitazione ed autoformazione che ci hanno portato a contaminare le nostre conoscenze specialistiche grazie a un confronto orizzontale e diretto. Ciò ha permesso di conquistarci una capacità critica e decostruttiva della neutralità e della sacralità dei saperi. Le conoscenze “tecniche” possono essere utili se rovesciano la finalità degli steccati disciplinari, sempre volti a negare la possibilità di una visione critica globale e a riprodurre la continuità e la solidità delle architetture del potere.
La nostra formazione eterogenea, derivata da studi giuridici e sociologici, ci ha quindi consentito di sviluppare una conoscenza strumentale in grado di considerare la dimensione tecnica e discorsiva dei dispositivi repressivi. In ogni caso non siamo tecnici né accademici e se la nostra riflessione può a tratti sembrare poco scientifica o presentare delle ingenuità è anche perché abbiamo preferito dare priorità, più che al rigore metodologico, all’esigenza di offrire utile e tempestivo supporto al contrasto dei meccanismi repressivi.

Il progetto prevede la realizzazione di un libretto autoprodotto, il quale contiene l’analisi di alcuni aspetti generali e delle questioni che ci sembrano più rilevanti in merito al fenomeno repressivo. In questo blog invece vengono pubblicati di volta in volta approfondimenti, materiali, e contributi su aspetti più specifici. Questi lavori mirano a contribuire al dibattito di movimento e dal dibattito stesso traggono spunti e conoscenze sul tema. Per questo è per noi fondamentale la massima circolazione e la possibilità di discussione sui ragionamenti elaborati, anche attraverso il confronto diretto e la presentazione del libro presso tutte quelle realtà che mostrano interesse in tal senso.
I dispositivi repressivi mirano ad isolare e a dividere in gruppi e fazioni. Per meglio opporsi ad essi occorre invece un fronte il più possibile trasversale e, a tal fine, il nostro sforzo è di elaborare riflessioni che tentino di superare i recinti identitari. Come dimostra l’avventura di Michael Scofield e dei suoi complici, solo rivoltando il sapere tecnico contro il potere, alleandosi tra diversi, avendo chiaro l’obiettivo comune, possiamo aprire brecce nelle pareti che ci bloccano e ci tengono isolati.

Prison Break Project

Retake Bari: Essi vivono (di decoro)

Da quando il decoro è diventato il cuore delle politiche urbane, appaiato al suo alter-ego cattivo, il degrado, si parla molto di certe associazioni che su base volontaria ripuliscono alcune aree delle città da scritte adesivi e manifesti abusivi. I giornali le esaltano e ne parlano come di buone pratiche che mettono ordine nella città, i politici e le istituzioni le incoraggiano, comparendo nelle foto ricordo a fianco dei ripulitori o fornendo l’attrezzatura per le pulizie. Esistono in tutta Italia, ci sono “Gli angeli del bello” a Firenze, l’associazione “Milano muri puliti”, e poi c’è l’associazione Retake, presente a Roma, Milano, Napoli, Bari e ancora altre città, che oltre alle collaborazione con enti comunali, vanta anche quella con privati come Wind, l’Università Luiss e organizzazioni di attività con altrettante importanti aziende. I volontari si definiscono retakers, e difendono i “beni comuni” (con buone pace della Ostrom e del significato di questo concetto).

La risposta alla domanda “cosa si riprendono questi retakers?” è: assolutamente nulla. L’enfasi dei retakers sul degrado mette in secondo piano le responsabilità istituzionali di chi ha creato tale degrado. E infatti sindaci, assessori, consiglieri, amministratori delegati di imprese non fanno altro che gioire di fronte a queste azioni. Il loro lavoro anziché restituire i beni pubblici alle persone rappresenta invece l’antefatto della privatizzazione e della smobilitazione del settore pubblico. Perché? Le nostre città sono sempre più abbandonate e svuotate, gli edifici cadono a pezzi, in particolare, quelli pubblici. A questa nuova ondata di “civismo” manca un elemento essenziale, senza il quale ogni intervento rischia di rappresentare solo un ottimo antidoto al senso del conflitto verso le istituzioni stesse. Il protagonismo dei cittadini viene limitato al lavoro gratuito, e propinato persino come attività di partecipazione, mentre l’idea di rivendicare finanziamenti e criteri per un settore pubblico efficiente, trasparente e libero da clientele e condizionamenti non passa più per la testa di nessuno. Si spiana la strada alla ritirata del settore pubblico, si favorisce il processo di privatizzazione e ci raccontano anche che si tratta di protagonismo della cittadinanza.

Gli enti pubblici, invece di responsabilizzare chi dovrebbe tenere in sesto la città per mestiere, attivano collaborazioni con queste associazioni al fine di pulire le pubbliche piazze incaricando gratuitamente volenterosi cittadini dotati di buste e raschietti. Si configura una sorta di “autogestione dall’alto”, per cui tale protagonismo viene di fatto gestito e strumentalizzato dagli stessi responsabili del dissesto. Da qui alla privatizzazione, poi, il passo è breve. Gli effetti collaterali di tale processo sono sotto gli occhi di tutti. Il principale avversario del retaker non è il sistema politico e istituzionale che ha scelto altre priorità rispetto alla cura del territorio ma il giovane attacchino – spesso straniero – accusato di imbrattare i beni pubblici perché attacca un adesivo su una serranda o lo zingaro che fruga nel cassonetto. Non importa se sotto casa tua hanno costruito palazzi o supermercati speculando nel modo più increscioso, non importa se ti hanno tagliato i posti all’asilo nido o se ti hanno cancellato l’unico autobus che ti porta a casa: il problema è il volantino A4 che imbratta un muro.

Sabato 4 novembre l’Università degli studi di Bari ha patrocinato uno di questi eventi che aveva come fine quello di ripulire piazza Cesare Battisti. Un nugolo di bambini, ammaestrati per la gara del pulito, hanno staccato con le loro manine i manifesti che storicamente circondano la zona dell’Ateneo. Ripetizioni, messaggi politici, iniziative pubbliche sono stati cestinati perché abusivi, in base a una tesi per la quale se un manifesto non si trova su un cartellone pubblicitario, non è autorizzato né pagante, è illegale e dunque non è altro che spazzatura “deturpante”.
La piazza raschiettata (ma per niente pulita, ci vuole ben altro che dei bambini messi al lavoro per ripulire innumerevoli anni di attacchinaggi) è stata presto ricoperta di nuovi manifesti. Prevedibile, direte voi, invece un evento in particolare ha scatenato la furia dei Retake baresi. La mattina dell’8 novembre infatti campeggiava uno striscione di carta con la scritta “le strade sicure le fanno le donne che le attraversano” della rete femminista Non una di meno. Per gli attivisti di Retake tanta comunicazione non a pagamento è troppo e in molti si scagliano contro la pagina di Non una di meno – Bari realizzando anche un video in cui, con il sottofondo dell’inno italiano, dichiarano: “le strade sicure, le strade decorose sono le strade senza affissioni abusive”. Va bene, capiamo che ognuno ha le sue priorità: c’è chi lotta contro la violenza strutturale della società e chi contro la colla, tuttavia tanto astio sembra inspiegabile.

Nella furia della loro crociata contro il degrado, raschietto alla mano, non c’è differenza fra il rifiuto e il volantino studentesco. Anzi il ragionamento sembra essere proprio l’opposto: è inconcepibile sporcare un muro per esprimere un messaggio, senza nemmeno un business di ritorno: non potete scriverlo su Facebook come tutti? La guerra all’abusivo è una guerra a chi sporca, ma soprattutto, a chi non paga. Possono tollerare la vista di centinaia di cartelloni e insegne nelle nostre città, ma non quelle abusive. Essi vivono, per citare Carpenter. Ogni scritta sul muro è depoliticizzata in quanto vandalica, ma al tempo stesso per Retake le idee politiche non mancano: «in un’epoca di crisi delle finanze pubbliche l’iniziativa privata, governata all’interno di partenariati pubblico-privati, può rappresentare un volàno straordinario nella realizzazione e nel miglioramento degli spazi urbani » dichiara nel corso dell’audizione alla Camera, dinanzi alla commissione Periferie, Rebecca Spitzmiller, co-fondatrice del movimento Retake (link) . Su questo il ministro Minniti sembra essere molto d’accordo, dato che i privati nel suo decreto sicurezza hanno accesso persino ai neo istituiti “Comitati metropolitani” per la sicurezza urbana e ha dedicato ai volontari come quelli di Retake una parte importante della legge: «coinvolgendo, mediante appositi accordi, le reti territoriali di volontari per la tutela e la salvaguardia dell’arredo urbano e favorendo l’impiego delle forze di polizia per far fronte ad esigenze straordinarie di controllo del territorio, nonché attraverso l’installazione di sistemi di videosorveglianza».

Vogliamo saperne molto di più su come sia nata questa grande storia d’amore fra i volontari del decoro e il ministero. Nel frattempo le conseguenze di questa “ideologia del decoro ” (link) sono evidenti in tutta Italia. La narrazione sul degrado è diventata un contenitore in cui vengono riversati tutti i problemi di natura sociale ed economica dei quartieri popolari e delle periferie, depoliticizzandoli e responsabilizzando le soggettività marginali del sentimento di insicurezza e del malessere emergente.

Se volete un esempio fresco abbiamo questo articolo di Gazzetta del Mezzogiorno del 9 Novembre 2017: “Sgomberato il dormitorio abusivo” “LO SCEMPIO IN CORSO ITALIA Sotto i portici i migranti a turno si sono accampati su quattro materassi, circondati da coperte e indumenti lerci e rifiuti di ogni tipo”. Queste descrizioni cosi disumanizzanti, che bypassano completamente la condizione economica di molti abitanti della nostra città, per renderli macchietta, descrivendoli come incapaci e non impossibilitati a condizioni di vita differenti è qualcosa di cui dovremmo tutti preoccuparci. In un rapporto informativo originariamente presentato al Dipartimento di Stato degli Stati Uniti nel 1996, Gregory H. Stanton affermò che il genocidio è un processo che si sviluppa in otto fasi che sono prevedibili: il primo stadio del genocidio è la classificazione (distinguere le persone tra “noi e loro”). Il secondo stadio è la simbolizzazione, in cui a un’intera comunità vengono dati nomi o altri simboli (gli abusivi, vi piace?). La terza fase è la disumanizzazione, in cui una parte della società nega l’umanità del gruppo preso di mira. I membri di questo gruppo sono equiparati ad animali, parassiti, insetti o a portatori di malattie.
Non vi diciamo come continuano le fasi, ma vi ricorda qualcosa?