#NOTAP – Il nostro sguardo verso il cielo dove non esistono barriere!

Da quando il Movimento No Tap ha cominciato ad opporsi fisicamente alla costruzione del cantiere abbiamo assistito a una pioggia di denunce e misure di sicurezza. Già quest’estate gli attivisti sono stati colpiti con multe da centinaia di migliaia di euro. Oltre 25 verbali di violazione amministrativa (parliamo di multe da 10000 euro) notificati ad altrettanti cittadini che avevano preso parte alla manifestazione contro il blitz notturno dello scorso 4 luglio, durante il quale la ditta appaltatrice di TAP ha provveduto allo spostamento di 42 alberi di ulivo (1) .

Nelle ultime settimane una vera e propria occupazione militare sta interessando l’area del comune di Melendugno. La zona di San Basilio è stata decretata dal 13 Novembre “Zona Rossa” e centinaia di agenti sono stati ingaggiati per proteggere l’area dove sono state erette delle recinzioni così impressionanti che, lì fra gli ulivi, più che in Salento sembra di essere sulla striscia di Gaza. Il territorio è diventato completamente invalicabile se non dai residenti, sottoposti a continue identificazioni, mentre il presidio in zona San Basilio è stato spazzato via.

L’esibizione di forza da parte della polizia per scoraggiare l’opposizione popolare si sta concretizzando anche con la consegna di fogli di via. Il 20 Novembre il movimento No Tap si è dato appuntamento in Piazza Tancredi a Lecce per contestare la posizione dell’Università del Salento in merito a TAP e in particolare la presenza (in un convegno sulla sicurezza e la tutela ambientale sic!) di Michele Mario Elia, che oltre ad essere il country manager di TAP, è anche stato condannato in primo grado nel processo per la cosiddetta “Strage di Viareggio” a 7 anni di reclusione (2a /2b). Durante questo appuntamento non solo i manifestanti sono stati manganellati e picchiati, ma é anche stata consegnata a due attivisti l’ingiunzione a presentarsi in questura, dove hanno ricevuto un foglio di via che gli vieta di mettere piede in territorio di Melendugno per 3 anni. Mentre gli notificavano l’atto, le Fdo si sono preoccupate di mostrare il grosso faldone che conteneva i fogli, facendo intendere agli attivisti che ne avrebbero presto potuti tirare fuori molti anni.


Chi in questi anni ha avuto modo di trovarsi a contestare lo stato delle cose, conosce bene gli atteggiamenti malavitosi assunti delle fdo. Eppure ancora ci stupisce la faccia di bronzo con la quale hanno dichiarato di aver utilizzato “manganelli di gommapiuma” quando i segni delle manganellate sono tuttora ben evidenti su chi ha preso parte alla contestazione. Per la prima volta, cittadini comuni con il semplice desiderio di difendere la terra che amano, si trovano di fronte all’apparato repressivo poliziesco, il cui fine è proprio quello di scoraggiare la partecipazione alla mobilitazione. Tuttavia, quando la repressione si trova di fronte uomini e donne determinati, tali ingiustizie non possono che renderli più convinti di ciò che fanno e ad andare avanti. Coloro che li hanno liquidati come “ambientalisti preoccupati per qualche manciata di alberi” sono gli stessi che vorrebbero che la protesta No Tap possa essere chiusa velocemente nel cassetto, insieme alle multe da pagare. Non importa degli interessi particolari delle mafie sul progetto (3) le stesse che probabilmente sono dietro la morte della giornalista maltese uccisa (4) l’importante è dire che questa lotta “mette a grave repentaglio l’ordine e la sicurezza pubblica” (così come hanno scritto sul foglio di via) per giustificare la loro violenta repressione su chi semplicemente vuole avere parola in quello che sarà il futuro della terra dove è nato e cresciuto.

Ma la gente non è cieca, i salentini stanno vedendo con i loro occhi la coltre di bugie che avvolge il cantiere Tap e oggi scenderà in strada in solidarietà agli attivisti colpiti dalla repressione.

Di seguito il comunicato del Movimento NoTap sulla mobilitazione di oggi (5)


SE TOCCANO UNO TOCCANO TUTTI – Il nostro sguardo verso il cielo dove non esistono barriere!
Mercoledì 22 alle ore 18.00 appuntamento a Carpignano Salentino per un corteo di solidarietà agli amici NoTap colpiti da misure restrittive. Il corteo partirà da Corso Umberto e attraverserà le strade del paese, per ribadire che non ci piegheremo alla situazione di totale ingiustizia che sta vivendo il nostro territorio e alla repressione del dissenso in atto. Reclamiamo i nostri diritti, pretendiamo la nostra libertà!

#NoTap #SeToccanoUnoToccanoTutti

Aggressioni poliziesche a Bari: Il Furgone di Troia del Collettivo Athena

Già da prima che il corteo muovesse i prima passi da Pizza Umberto, studenti e studentesse dei differenti collettivi erano stati a più riprese aggrediti verbalmente e fisicamente da esponenti alle forze dell’ordine con l’evidente intento di intimidire e ridurre al silenzio ragazzi e ragazze che hanno deciso di alzare la voce contro lo sfruttamento dell’alternanza scuola lavoro.

Le provocazioni sono continuate per tutto il corteo tra minacce e clamorose affermazioni delle forze di ps quali “Non fate cori contro le altre organizzazioni studentesche o blocchiamo tutto” culminate a corteo terminato con il fermo e l’identificazione di una quindicina di attivisti ed attiviste del Collettivo Athena. Durante il fermo diverse rappresentanze studentesche si sono mosse per portare attraverso la loro presenza in strada, solidarietà e vicinanza

Esprimiamo solidarietà al Collettivo Athena, un percorso studentesco autonomo dalle rappresentanze sindacali di marca CGIL, nato nelle scuole e cresciuto tra assemblee, iniziative e un confronto costante tra collettivi che ha portato ieri circa 500 tra ragazzi e ragazze a sfilare oggi per le strade di Bari e che si è rapportato per la prima volta con la responsabilità dell’essere soggetto politico in città.
Nessuna intimidazione potrà fermare la lotta
La solidarietà è un’arma, la solidarietà è un prassi

 

Il Furgone di Troia del Collettivo Athena

Un gruppo di studenti del Collettivo Athena è stato aggredito dagli agenti della Polizia Locale mentre tornava dalla manifestazione che si è svolta oggi a Bari. Due studenti sono stati anche trattenuti al comando della polizia municipale di Japigia e probabilmente denunciati.
Oggi 17 Novembre siamo scesi in piazza, attraversando la nostra città in una manifestazione che ha ripercorso i luoghi protagonisti dello sfruttamento dell’alternanza scuola-lavoro. Eravamo in Piazza Umberto in almeno 500 quando degli agenti della DIGOS e della Polizia di Stato hanno cercato, con toni intimidatori, di scoraggiare la partecipazone al corteo rivolgendosi direttamente a tutti quelli e quelle che si stavano avvicinando allo striscione, soprattutto chi intonava cori, cantava, portava bandiere e, più generalmente, potesse essere definito “indecoroso”. Il corteo si è fermato in piazza Diaz dove, dopo l’assemblea che ha concluso la manifestazione, ci siamo avviati per riportare il furgone al deposito.


All’altezza del ponte di Corso Cavour il furgone è stato fermato dalla Polizia Locale, che ha strattonato e preso dal collo un attivista che stava favorendo i documenti del mezzo, perché faceva da schermo davanti al furgone su cui sedevano più persone di quanto non fosse permesso dalla carta di circolazione. Successivamente la Polizia Locale ha provveduto a fotografare tutti gli attivisti e le attiviste che si erano intanto riversati nella strada, innervositi dalla violenza con cui gli agenti hanno operato, picchiando e strattonando tutti i ragazzi sul furgone senza nessun motivo. Siamo andati alla ricerca anche di testimoni che raccontassero cosa fosse avvenuto: dalle automobili, dai negozi, dalle case.
La risposta è stato un ulteriore tentativo di aggressione ad un nostro militante, che ha tentato di frapporsi tra la videocamera e i volti dei minorenni presenti. L’agente responsabile di questa aggressione scagliandosi contro gli studenti è scivolato sull’asfalto bagnato, cadendo a terra, e incolpando lo studente aggredito della sua caduta.
Testimoni oculari sul posto hanno visto quello che è successo e ne abbiamo raccolto le testimonianze, che verranno utilizzate nel caso in cui le accuse a carico degli attivisti vengano confermate.
Le provocazioni poliziesche che sono durate tutta la giornata sono totalmente inaccettabili e dimostrano come, sin dall’inizio, il loro obiettivo fosse provocare gli studenti per ottenere una reazione che permettesse un intervento repressivo.
La minaccia della repressione non fermerà la nostra lotta contro l’alternanza e le nostre iniziative per le scuole e per la città. La solidarietà che stiamo già ricevendo ci spinge ad andare avanti e la nostra priorità rimane lottare accanto a tutti e tutte.
Non ci avrete mai come volete voi!

Presentazione di Costruire Evasioni con Prison Break Project

Venerdì 1° Dicembre, dalle ore 19:30
Presso il Cineteatro Mimì Milano in Ex-Caserma Liberata

incontriamo

Prison Break Project

progetto di ricerca ed analisi sulla repressione dei movimenti sociali, per presentare il loro lavoro

COSTRUIRE EVASIONI Sguardi e saperi contro il diritto penale del nemico
Edizioni Be Press

a seguire cena sociale a supporto delle attività di Non Solo Marange

Dalla prefazione di Salvatore Ricciardi:
“Seguendo il filo di queste indicazioni si potrà avere un quadro più preciso delle tendenze che sta assumendo la repressione per non farci trovare impreparati. Né colti alla sprovvista.
Avere questo libro tra le mani è importante; ancora più importante è leggerlo e discuterlo collettivamente; ma la vera sfida è quella di continuare questa riflessione sul piano pratico, senza tralasciare quello analitico.”

Come collettivo di Mutuo soccorso e cassa di resistenza siamo convinti che oggi come ieri sia importante parlare di repressione non solo per analizzarne le modalità operative. ma anche per offrire ad attivisti ed attiviste, militanti e a tutti e tutte coloro che lottano nuovi strumenti di autodifesa, di critica e di resistenza collettiva alla repressione.

Le realtà antagoniste baresi negli ultimi anni sono state oggetto di innumerevoli denunce e di atti di repressione sia individuali che collettivi, così come molte altre realtà di lotta ed aggregazione nel resto della regione. Pensiamo al Movimento NoTap in lotta contro la devastazione del territorio, ai disoccupati brindisini recentemente condannati, ai cittadini tarantini che contestavano Renzi e la devastazione ambientale dell’Ilva, oltre che alla continua repressione subita dagli attivisti dei centri sociali, delle case occupate e dei luoghi di aggregazione antifascisti. Una repressione fatta non solo di denunce ma anche di provvedimenti amministrativi come l’avviso orale, il Daspo e i fogli di via.

Proseguiamo con l’analisi e il dibattito intorno alla situazione repressiva, avviato da oltre due anni da Non solo marange attraverso il dialogo con altre realtà impegnate nel voler inceppare il meccanismo repressivo dello stato. Questa volta lo faremo invitandovi al confronto con il progetto Prison Break, per diffondere saperi di resistenza e costruire nodi di contropotere.

nonsolomarange.noblogs.org
prisonbreakproject.noblogs.org

Prison Break Project nasce dall’esigenza di tre precari di prendere parola sulle dinamiche repressive in atto e così contribuire ad una riflessione critica, rivolta principalmente ai movimenti sociali, sulle modalità per spezzare le logiche di isolamento, di limitazione dell’agibilità politica e d’imprigionamento dei corpi che la repressione impone.
Abbiamo avvertito l’urgenza di un intervento su tale ambito dopo esserci confrontati in maniera più o meno diretta con le conseguenze della stretta repressiva che si è registrata in Italia, in particolare nell’ultimo decennio. Nell’ambito della nostra partecipazione alle lotte sociali, alle quali cerchiamo nel nostro piccolo di contribuire, abbiamo conosciuto sulla pelle, nostra o dei nostri compagni e compagne, la crudezza della criminalizzazione e i suoi effetti nefasti sulla capacità organizzativa e l’efficacia delle forme di opposizione al sistema capitalista attuale.

Nel corso della nostra esperienza universitaria abbiamo vissuto percorsi di mobilitazione ed autoformazione che ci hanno portato a contaminare le nostre conoscenze specialistiche grazie a un confronto orizzontale e diretto. Ciò ha permesso di conquistarci una capacità critica e decostruttiva della neutralità e della sacralità dei saperi. Le conoscenze “tecniche” possono essere utili se rovesciano la finalità degli steccati disciplinari, sempre volti a negare la possibilità di una visione critica globale e a riprodurre la continuità e la solidità delle architetture del potere.
La nostra formazione eterogenea, derivata da studi giuridici e sociologici, ci ha quindi consentito di sviluppare una conoscenza strumentale in grado di considerare la dimensione tecnica e discorsiva dei dispositivi repressivi. In ogni caso non siamo tecnici né accademici e se la nostra riflessione può a tratti sembrare poco scientifica o presentare delle ingenuità è anche perché abbiamo preferito dare priorità, più che al rigore metodologico, all’esigenza di offrire utile e tempestivo supporto al contrasto dei meccanismi repressivi.

Il progetto prevede la realizzazione di un libretto autoprodotto, il quale contiene l’analisi di alcuni aspetti generali e delle questioni che ci sembrano più rilevanti in merito al fenomeno repressivo. In questo blog invece vengono pubblicati di volta in volta approfondimenti, materiali, e contributi su aspetti più specifici. Questi lavori mirano a contribuire al dibattito di movimento e dal dibattito stesso traggono spunti e conoscenze sul tema. Per questo è per noi fondamentale la massima circolazione e la possibilità di discussione sui ragionamenti elaborati, anche attraverso il confronto diretto e la presentazione del libro presso tutte quelle realtà che mostrano interesse in tal senso.
I dispositivi repressivi mirano ad isolare e a dividere in gruppi e fazioni. Per meglio opporsi ad essi occorre invece un fronte il più possibile trasversale e, a tal fine, il nostro sforzo è di elaborare riflessioni che tentino di superare i recinti identitari. Come dimostra l’avventura di Michael Scofield e dei suoi complici, solo rivoltando il sapere tecnico contro il potere, alleandosi tra diversi, avendo chiaro l’obiettivo comune, possiamo aprire brecce nelle pareti che ci bloccano e ci tengono isolati.

Prison Break Project

Retake Bari: Essi vivono (di decoro)

Da quando il decoro è diventato il cuore delle politiche urbane, appaiato al suo alter-ego cattivo, il degrado, si parla molto di certe associazioni che su base volontaria ripuliscono alcune aree delle città da scritte adesivi e manifesti abusivi. I giornali le esaltano e ne parlano come di buone pratiche che mettono ordine nella città, i politici e le istituzioni le incoraggiano, comparendo nelle foto ricordo a fianco dei ripulitori o fornendo l’attrezzatura per le pulizie. Esistono in tutta Italia, ci sono “Gli angeli del bello” a Firenze, l’associazione “Milano muri puliti”, e poi c’è l’associazione Retake, presente a Roma, Milano, Napoli, Bari e ancora altre città, che oltre alle collaborazione con enti comunali, vanta anche quella con privati come Wind, l’Università Luiss e organizzazioni di attività con altrettante importanti aziende. I volontari si definiscono retakers, e difendono i “beni comuni” (con buone pace della Ostrom e del significato di questo concetto).

La risposta alla domanda “cosa si riprendono questi retakers?” è: assolutamente nulla. L’enfasi dei retakers sul degrado mette in secondo piano le responsabilità istituzionali di chi ha creato tale degrado. E infatti sindaci, assessori, consiglieri, amministratori delegati di imprese non fanno altro che gioire di fronte a queste azioni. Il loro lavoro anziché restituire i beni pubblici alle persone rappresenta invece l’antefatto della privatizzazione e della smobilitazione del settore pubblico. Perché? Le nostre città sono sempre più abbandonate e svuotate, gli edifici cadono a pezzi, in particolare, quelli pubblici. A questa nuova ondata di “civismo” manca un elemento essenziale, senza il quale ogni intervento rischia di rappresentare solo un ottimo antidoto al senso del conflitto verso le istituzioni stesse. Il protagonismo dei cittadini viene limitato al lavoro gratuito, e propinato persino come attività di partecipazione, mentre l’idea di rivendicare finanziamenti e criteri per un settore pubblico efficiente, trasparente e libero da clientele e condizionamenti non passa più per la testa di nessuno. Si spiana la strada alla ritirata del settore pubblico, si favorisce il processo di privatizzazione e ci raccontano anche che si tratta di protagonismo della cittadinanza.

Gli enti pubblici, invece di responsabilizzare chi dovrebbe tenere in sesto la città per mestiere, attivano collaborazioni con queste associazioni al fine di pulire le pubbliche piazze incaricando gratuitamente volenterosi cittadini dotati di buste e raschietti. Si configura una sorta di “autogestione dall’alto”, per cui tale protagonismo viene di fatto gestito e strumentalizzato dagli stessi responsabili del dissesto. Da qui alla privatizzazione, poi, il passo è breve. Gli effetti collaterali di tale processo sono sotto gli occhi di tutti. Il principale avversario del retaker non è il sistema politico e istituzionale che ha scelto altre priorità rispetto alla cura del territorio ma il giovane attacchino – spesso straniero – accusato di imbrattare i beni pubblici perché attacca un adesivo su una serranda o lo zingaro che fruga nel cassonetto. Non importa se sotto casa tua hanno costruito palazzi o supermercati speculando nel modo più increscioso, non importa se ti hanno tagliato i posti all’asilo nido o se ti hanno cancellato l’unico autobus che ti porta a casa: il problema è il volantino A4 che imbratta un muro.

Sabato 4 novembre l’Università degli studi di Bari ha patrocinato uno di questi eventi che aveva come fine quello di ripulire piazza Cesare Battisti. Un nugolo di bambini, ammaestrati per la gara del pulito, hanno staccato con le loro manine i manifesti che storicamente circondano la zona dell’Ateneo. Ripetizioni, messaggi politici, iniziative pubbliche sono stati cestinati perché abusivi, in base a una tesi per la quale se un manifesto non si trova su un cartellone pubblicitario, non è autorizzato né pagante, è illegale e dunque non è altro che spazzatura “deturpante”.
La piazza raschiettata (ma per niente pulita, ci vuole ben altro che dei bambini messi al lavoro per ripulire innumerevoli anni di attacchinaggi) è stata presto ricoperta di nuovi manifesti. Prevedibile, direte voi, invece un evento in particolare ha scatenato la furia dei Retake baresi. La mattina dell’8 novembre infatti campeggiava uno striscione di carta con la scritta “le strade sicure le fanno le donne che le attraversano” della rete femminista Non una di meno. Per gli attivisti di Retake tanta comunicazione non a pagamento è troppo e in molti si scagliano contro la pagina di Non una di meno – Bari realizzando anche un video in cui, con il sottofondo dell’inno italiano, dichiarano: “le strade sicure, le strade decorose sono le strade senza affissioni abusive”. Va bene, capiamo che ognuno ha le sue priorità: c’è chi lotta contro la violenza strutturale della società e chi contro la colla, tuttavia tanto astio sembra inspiegabile.

Nella furia della loro crociata contro il degrado, raschietto alla mano, non c’è differenza fra il rifiuto e il volantino studentesco. Anzi il ragionamento sembra essere proprio l’opposto: è inconcepibile sporcare un muro per esprimere un messaggio, senza nemmeno un business di ritorno: non potete scriverlo su Facebook come tutti? La guerra all’abusivo è una guerra a chi sporca, ma soprattutto, a chi non paga. Possono tollerare la vista di centinaia di cartelloni e insegne nelle nostre città, ma non quelle abusive. Essi vivono, per citare Carpenter. Ogni scritta sul muro è depoliticizzata in quanto vandalica, ma al tempo stesso per Retake le idee politiche non mancano: «in un’epoca di crisi delle finanze pubbliche l’iniziativa privata, governata all’interno di partenariati pubblico-privati, può rappresentare un volàno straordinario nella realizzazione e nel miglioramento degli spazi urbani » dichiara nel corso dell’audizione alla Camera, dinanzi alla commissione Periferie, Rebecca Spitzmiller, co-fondatrice del movimento Retake (link) . Su questo il ministro Minniti sembra essere molto d’accordo, dato che i privati nel suo decreto sicurezza hanno accesso persino ai neo istituiti “Comitati metropolitani” per la sicurezza urbana e ha dedicato ai volontari come quelli di Retake una parte importante della legge: «coinvolgendo, mediante appositi accordi, le reti territoriali di volontari per la tutela e la salvaguardia dell’arredo urbano e favorendo l’impiego delle forze di polizia per far fronte ad esigenze straordinarie di controllo del territorio, nonché attraverso l’installazione di sistemi di videosorveglianza».

Vogliamo saperne molto di più su come sia nata questa grande storia d’amore fra i volontari del decoro e il ministero. Nel frattempo le conseguenze di questa “ideologia del decoro ” (link) sono evidenti in tutta Italia. La narrazione sul degrado è diventata un contenitore in cui vengono riversati tutti i problemi di natura sociale ed economica dei quartieri popolari e delle periferie, depoliticizzandoli e responsabilizzando le soggettività marginali del sentimento di insicurezza e del malessere emergente.

Se volete un esempio fresco abbiamo questo articolo di Gazzetta del Mezzogiorno del 9 Novembre 2017: “Sgomberato il dormitorio abusivo” “LO SCEMPIO IN CORSO ITALIA Sotto i portici i migranti a turno si sono accampati su quattro materassi, circondati da coperte e indumenti lerci e rifiuti di ogni tipo”. Queste descrizioni cosi disumanizzanti, che bypassano completamente la condizione economica di molti abitanti della nostra città, per renderli macchietta, descrivendoli come incapaci e non impossibilitati a condizioni di vita differenti è qualcosa di cui dovremmo tutti preoccuparci. In un rapporto informativo originariamente presentato al Dipartimento di Stato degli Stati Uniti nel 1996, Gregory H. Stanton affermò che il genocidio è un processo che si sviluppa in otto fasi che sono prevedibili: il primo stadio del genocidio è la classificazione (distinguere le persone tra “noi e loro”). Il secondo stadio è la simbolizzazione, in cui a un’intera comunità vengono dati nomi o altri simboli (gli abusivi, vi piace?). La terza fase è la disumanizzazione, in cui una parte della società nega l’umanità del gruppo preso di mira. I membri di questo gruppo sono equiparati ad animali, parassiti, insetti o a portatori di malattie.
Non vi diciamo come continuano le fasi, ma vi ricorda qualcosa?

Solidarietà a Roberto Aprile e ai disoccupati brindisini condannati dallo stato per aver reclamato lavoro

Sono state confermate dalla Corte di Cassazione le condanne emesse nei confronti di 29 brindisini tra disoccupati e sindacalisti dei Cobas, accusati di aver bloccato a più riprese il transito dei mezzi della Monteco, nei primi giorni del marzo 2011.


Quei giorni all’impianto Monteco, azienda di raccolta dei rifiuti solidi urbani, furono segnati dall’esasperazione di uomini e donne senza lavoro, disperati per la loro condizione e determinati a far sentire la propria voce. In una città senza prospettive come quella di Brindisi, vittima di scelte politiche che per decenni hanno solo privilegiato gli interessi di Enel e delle sue centrali a carbone, attraverso manifestazioni e picchetti di protesta i brindisini chiedevano dignitosamente lavoro all’azienda.

Le istituzioni, sorde a questa richiesta, hanno solo favorito gli interessi privati della Monteco demonizzando le richieste dei disoccupati come “pretese inconsistenti”. A distanza di 6 anni da quegli eventi si compie la vendetta dello stato con la conferma di 29 condanne che vanno da 5 mesi ad 1 anno e 11 mesi.
Queste condanne sono l’ennesimo atto della guerra dichiarata dallo stato ai poveri e atutti coloro che mettono in discussione lo stato delle cose reclamando lavoro, uniche soggettività sulle quali la legge viene applicata rigorosamente e senza pietà, solo come strumento repressivo e di controllo sociale e iniquità.

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Sino alle quattro mura che vi tengono rinchiusi – Scrittura collettiva di lettere ai prigionieri politici

Sino alle quattro mura che vi tengono rinchiusi
Scrittura collettiva di lettere ai prigionieri politici

Uno degli scopi primari della repressione e dell’istituzione carceraria è quello di isolare i detenuti dalla realtà che li circonda e dagli affetti. Scrivere ai/alle nostri/e compagni/e detenuti/e così come ai tutti/e i/le detenuti/e è un importante atto di solidarietà che spezza l’isolamento che lo stato impone attraverso le mura carcerarie e i dispositivi di controllo. Per spezzare le catene dell’isolamento, manifestazioni, presidi e iniziative politiche di solidarietà sono importanti così come scrivere una lettera per dire loro che non sono soli, attraverso le proprie parole.

— “Nell’ora della rivolta, nessuno resta mai veramente solo”

Sabato 4 novembre, durante la 3a edizione della Tattoo Circus – Benefit Anticarcerario, in Ex-Caserma Liberata
dalle ore 18:00

Partecipa all’iniziativa di Non Solo Marange per la scrittura di lettera ai prigionieri.

Scrivi a chi, rinchiuso in carcere ha bisogno di lettere e supporto.
invia affetto e sostegno ai compagni inguaiati e passa una serata insieme a noi. Costruiamo comunità resistenti che combattano ovunque la repressione.

NON SOLO MARANGE
Collettivo di mutuo soccorso
e cassa di resistenza – Bari

Presentazione del libro “Non ho visto niente” + Proiezione di “Archiviato”

Mercoledì 25 ottobre, presso il cineteatro Mimì Milano /// Ex-Caserma Liberata

una iniziativa di confronto e discussione sulla lotta NOTAV

dalle ore 19:30
** prersentazione del libro ed incontro con l’autrice Angela Giordano
NON HO VISTO NIENTE – SUL COME ESSERE NO TAV COMPORTI PERDERE IL LAVORO
Ed. Sensibili alle Foglie

dalle ore 20:30
** proiezione del documentario di Carlo Amblino
ARCHIVIATO – L’ OBBLIGATORIETA’ DELL’ AZIONE PENALE IN VALSUSA

dalle ore 21:30
** Cena sociale a sostegno delle attività di Non Solo Marange

 

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Rompere l’isolamento: scriviamo ai detenuti e alle detenute

Uno degli scopi primari della repressione e dell’istituzione carceraria è quello di isolare i detenuti dalla realtà che li circonda e dagli affetti. Scrivere ai/alle nostri/e compagni/e detenuti/e così come ai tutti/e i/le detenuti/e è un importante atto di solidarietà che spezza l’isolamento che lo stato impone attraverso le mura carcerarie e i dispositivi di controllo. Per spezzare le catene dell’isolamento, manifestazioni, presidi e iniziative politiche di solidarietà sono importanti così come scrivere una lettera per dire loro che non sono soli, attraverso le proprie parole.

— “Nell’ora della rivolta, nessuno resta mai veramente solo”


Paska e Ghespe liberi subito
Liberta’ immediata per i detenuti del #G20 di Amburgo
Liberta’ per tutte e tutti

Quando scrivete, lasciate nella busta da lettera anche altre buste da lettera, fogli e francobolli in modo da facilitare una risposta e verificate correttamente l’affrancatura alla posta.
Quando scrivete ricordate che in molti casi la corrispondenza è sottoposta a censura.

di seguito una serie di consigli tratti da https://www.autistici.org/mezzoradaria/scrivere-ai-detenuti/

Perché scrivere a chi è recluso.
Il tempo può essere un castigo quando si viene privati della libertà di disporne a piacimento, quando lo stato rinchiude qualcuno in una cella e lo priva dei suoi rapporti e si prende un pezzo della sua vita.
Può essere una prova molto dura, a maggior ragione quando ad affrontarla si è da soli. Ricevere solidarietà dall’esterno infonde una forza che può fare la differenza. Cominciare uno scambio di lettere può anche alleviare la solitudine della cella e fare sentire ad una persona che non è sola.
Che sia un telegramma, una cartolina o una lettera ogni contatto con l’esterno è una piccola breccia nell’isolamento a cui vorrebbero condannare i reclusi e le recluse. Oltre a queste considerazioni, c’è il fatto che intrattenere una corrispondenza con un recluso è spesso uno spunto di crescita personale e una bella esperienza.

Cosa scrivere.
Può non essere semplice scrivere una lettera a qualcuno che non si conosce, in molti ci troviamo spesso davanti alla difficoltà di scrivere qualcosa che non sia banale o stupido di fronte alla situazione sicuramente grave di chi sta scontando un periodo di reclusione.
Tuttavia non bisogna dimenticare che chi è in carcere è una persona come noi e spesso la cosa più semplice da fare è iniziare presentandosi e spiegando i motivi che ci hanno spinto a scrivere. Se non si ha nulla da scrivere un disegno o un collage può essere comunque un modo per trasmettere ciò che non si riesce a trasmettere a parole, oppure si può inviare un libro, informandosi prima sulle regole che vigono in ogni carcere, ad esempio in alcuni non possono entrare le copertine rigide o i testi sottolineati.
Per permettere alla persona di risponderci è importante indicare il mittente sulla lettera. E’ anche buona norma mettere la data in cui la lettera è stata inviata. E’ un bel pensiero inoltre allegare un francobollo all’interno della busta, dato da specificare nella lettera in modo che nessuno prelevi il bollo senza che ce ne si accorga.
Bisogna poi tenere conto che ciò che si scrive a chi sta in carcere viene con molta probabilità letto anche dalla polizia interna, quindi è meglio di evitare di scrivere qualunque cosa che possa tramutarsi in un problema per se stessi, altri o per la persona a cui si scrive.

Se non riceviamo risposta
A volte può capitare che di non ricevere risposta dalle persone a cui si è scritto. Non prendiamocela. I motivi possono essere tantissimi: da un disguido delle poste alle guardie che trattengono le lettere, può essere anche che il detenuto in questione abbia molte lettere a cui rispondere e che ci vorrà del tempo prima che riesca a rispondere a tutti. I motivi possono essere molti e in ogni caso non c’è motivo di prendersela.

A chi scrivere.
Scrivere a qualcuno dentro è un impegno che può sembrare da poco ma che una volta preso va mantenuto, quindi è meglio non sovraccaricarsi di lettere a cui rispondere se non si ha la certezza di mantenere nel tempo i contatti.

Resoconto sul presidio solidale anticarcerario del 25 agosto a Bari

Anche d’estate, soprattutto d’estate, non dimentichiamo chi è stato privato della libertà. I detenuti del carcere di Bari sono rinchiusi in un luogo di violenza, privazione, spersonalizzazione individuale ed affettiva.

Con queste parole al microfono si è aperto ieri il presidio sotto le mura del carcere di Bari in solidarietà a tutti i detenuti sia quelli “comuni” che a tutti i militanti/le rinchiusi nelle carceri. Un presidio partecipato, durato circa due ore mentre gli interventi contro le carceri, i cpr e tutti i luoghi di detenzione si alternavano alla musica popolare. Così come accaduto nei precedenti presidi la risposta dei reclusi non si è fatta attendere, facendosi “vedere” con accendini e bandiere improvvisate che facevano sventolare attraverso le sbarre. Sappiamo che i detenuti rischiano richiami e conseguenze per questi gesti, e vedere che presidio dopo presidio, la loro voglia di farsi vedere aumenta, ci rende consapevoli del valore che possa avere la semplice presenza e vicinanza umana, che attraverso il microfono e una cassa esprime la propria solidarietà. I “criminali” che “meritano” il carcere sono per la maggior parte appartenenti alle classi subalterne, i poveri e i reietti della società, i migrati e i tossicodipendenti che lo stato vuole far sparire dietro le mura carcerarie.

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Presidio solidale anticarcerario – 25 Agosto 2017 – Bari

Anche d’estate, soprattutto d’estate, non dimentichiamo chi è stato privato della libertà. I detenuti del carcere di Bari sono rinchiusi in un luogo di violenza, privazione, spersonalizzazione individuale ed affettiva. Il carcere ha ormai perso qualsiasi funzione riabilitativa e di reinserimento nella società. I rapporti sul carcere di Bari di Antigone e Yairaiha Onlus ci descrivono un luogo di detenzione fatiscente e vetusto, sovraffollato, senza luoghi di socialità adeguati, con spazi aperti molto limitati, dove la stragrande maggioranza dei detenuti è in attesa di giudizio.

Il carcere di Bari ha un affollamento del 120%, il 30% dei detenuti è tossicodipendente, il 15% dei detenuti è straniero. Nelle carceri italiane ufficialmente si muore per malattia o suicidio, ma la maggior parte di queste morti sono avvenute per cause non chiare dalla mancata assistenza sanitaria, ai casi di overdose, alle morti violente come quella di Carlo Saturno trovato “suicidato” in una cella di contenimento dopo un litigio con le guardie carcerarie nel Marzo del 2011.

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