Racconti di repressione – La passeggiata del terrore, contributi dalla terra di Bari

Questo racconto ho voluto scriverlo per condividere con compagne e compagni la mia esperienza di lotta al financo del popolo NOTAP

Ringrazio innanzitutto per la solidarietà che ho ricevuto dai compagn* e dagli attivist* del movimento NOTAP. Ciò che ho subito insieme a tanti altri è stata un aggressione a cielo aperto. E tutto questo non deve rimanere in silenzio. Le forze dell’ordine si sono accanite su di noi sia verbalmente con ingiurie e offese sessiste che fisicamente con i manganelli alla mano. Ero per terra quando ho ricevuto la prima manganellata; colpita alle spalle, mi giravo e rivolgendo lo sguardo verso l’alto vedevo la sagoma di un poliziotto che mi sferrava un secondo colpo con il manganello. D’istinto ho alzato il braccio per proteggermi. La manganellata è arrivata e se non fosse stata per la solidarietà attiva di due compagne che si trovavano vicino a me, avrebbe continuato. Il tempo per realizzare ciò che stava accadendo veniva scandito dal dolore al braccio e al gomito, tanto da non riuscire più a muoverlo nel giro di pochi secondi. Sono seduta a terra e sento le voci dei miei compagni e le urla di un dirigente di PS che camminando avanti e indietro con il manganello nella mano, fomentava i suoi sottoposti con odio e rabbia contro persone oramai immobilizzate, costrette a stare in ginocchio e con le manette ai polsi.

Intorno a noi un clima di feroce barbarie. Non ci si poteva muovere manco per prendere l’acqua dallo zaino che subito arrivava il celerino. Non è mancata la battuta squallida da parte di un agente verso una ragazza che era vicino a me: “Ti piacciono le manette eh?”. Bastardo. Dopo circa due ore siamo stati divisi in gruppi da 6/7 persone e condotti verso i blindati. All’interno del pulmino non ci si poteva avvicinare con lo sguardo al finestrino che immediatamente una guardia arrivava a chiudere la tendina per impedircelo. Durante il tragitto non mancavano le risatine tra le guardie di sottofondo. Una scena divertente eh?…

Ci hanno portato in questura e condotti in una stanza che li rappresentava tutti metaforicamente. La luce bianca e fredda dei neon rifletteva il clima intorno a noi. Abbiamo chiesto di poter andare in bagno. Anche questo è avvenuto a rilento. Seduta per terra inizio a sentire dolore alle gambe per i colpi ricevuti mentre il dolore al mio gomito aumenta. Dovevo farmi forza; avrei voluto piangere, ma non l’ho fatto perché quelle bestie non meritano soddisfazione. Niente sedie nella stanza bianca, seduta per terra per due ore su quel pavimento ghiacciato finalmente vedo una infermiera del 118. Un’altra ragazza ha il corpo a macchie violastre e nere come il mio. Se non fosse stato per un’infermiera determinata che si è imposta su una dirigente della digos saremmo rimaste in quelle condizioni per lungo tempo. Questa è stata forse la sensazione più terrificante che ho subito. L’indifferenza e il totale menefreghismo nei nostri confronti. Trascorso diverso tempo e dopo avermi foto segnalato e preso le impronte, sono riuscita a salire in ambulanza, nonostante tutti i loro tentativi di rallentare la procedura, riuscendo a portare con me il cellulare. Una volta giunta in ambulanza sono scoppiata a piangere. Avevo bisogno di tirare fuori la rabbia e il dolore contemporaneamente è stato il primo momento in cui mi sono sentita libera dopo diverse ore. In ospedale il calo emotivo della tensione era inversamente proporzionale alla preoccupazione per i miei compagni. Ero sola ma sapevo che c’erano i compagn* che pensavano a me. Non dimenticherò mai chi si è mosso per proteggermi dalla carica della polizia così come chi mi ha aiutato in questa dura vicenda. Di tutta questa storia conserverò per sempre la solidarietà ricevuta, gli abbracci e i sorrisi che ho ricevuto da chi come me ha subito una brutale repressione da parte delle forze dell’ordine e dello Stato.

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52/zona rossa. /// Il contributo di una compagna

E’ impossibile!
A che serve?
Corri corri corri.
Ma dove si va?
Vanno tutti di là
segui segui segui
non li perdere
fidati.siamo tutti insieme.
Ma non li conosco.
Fidati fidati.siamoun unico corpo con una lunga coda.
A che serve?
Troppo pochi contro troppo armati.
Nel frattempo corri corri corri corri.
Ma quello che fa?!
Rimane indietro?
Ah no! Non rimane indietro: ci fa passare. Ti conosco? no. Non ti conosco
corri corri corri corri.
A che serve?
Siamo troppo pochi, la zona rossa troppo rossa.
Fidati fidati devi fidarti.
E quella che fa? Non salta il muretto?!
Non ce la fa?!
Ah no! Ce la fa! E’ che non vuole.
E’ che preferisce stare con la compagna ferita fermata picchiata.
Ma corri corri corri corri.
Il mio fiato… non ce la faccio.
No! ce la faccio, sento il fiato delle altre, degli altri.
Ma a che serve? Lo sappiamo non ce la faremo mai contro quei cancelli.
Corri corri corri corri corri corri
e quello che fa?! Si fa manganellare?!
Ah no! È diventato un ombrello.
Ombrello per una compagna troppo piccoletta per qualsiasi manganello
e quell’altro?! torna indietro impazzito!
Ah no non torna indietro impazzito
torna indietro sì, a dire a un altro, che ha perso il fiato la speranza la pazienza, che glieli ha ritrovati lui
e infatii quell’altro riprende a correre correre correre correre correre correre correre.
Ma a che serve?
Lo sappiamo che non entreremo mai nel rosso.
E sempre meno in lontananza tra i muretti
pezzi blu di caschi e neri pezzi di manganelli.
E corro corro corriamo corriamo
ecco lo sapevo! Sono caduta distesa in mezzo ai rovi.
Dai me stessa! Alzati alzati alzati!
No non ci riesco non ce la faccio.sono troppo pesante ma quale mano.
Quale mano può fare questo? Quella di dio? Che da sola, una mano da sola mi solleva dai rovi come fossi un fazzoletto impigliato e mi rilancia nella corsa.
Solo la mano di dio ha questa forza.
Ma lo sappiamo tutti dio non è dalla parte dei ribelli.
E se non c’era la forza di dio in quella mano, poteva esserci solo quella di un compagno.
E io, da fazzoletto, ci provo ci provo a tirarmi quello ( o quella…non so) caduto dentro i rovi dietro di me.
Ma cazzo! Sono solo un fazzoletto non ce la faccio.
Ma tanto torna la mano del dio compagno a ributtare quell’altro nella corsa.
Che finisce. Solo un po’ più in là. Ma finisce.
Ora siamo tutti seduti.
(bhe veramente, ho pensato prima di tutto:seduta finalmente!)
tutt’intorno caschi blu e manganelli neri.
Ecco hai visto?! A che serviva? Siamo un animale braccato.
Uno solo però tutto insieme.
Si va bhe! Ma a che serviva eh?
A niente! Solo a sentirmi un corpo unico con questi che non conosco
e gli altri , gli altri, quelli staccati prima, dove sono?
Non li conosciamo (oppure sì) ma li rivogliamo indietro! Tutti e cinque!
Come pezzettini del nostro corpo che ci avete staccato. Pezzettini del nostro corpo che non chiamiamo per nome, perché non li chiami per nome i pezzettini del tuo corpo. Ma li ami perché sono tuoi e perché amate la stessa cosa.
Eppure hai visto?! A cosa è servito?!
A niente! Solo a respirare il coraggio di questi compagni,
viola notte del tramonto in mezzo ai muretti a secco.
Si va bene! Ma a cosa è servito?!
A niente! Solo a provare ancora la meraviglia (che a 40 anni e passa è come il cibo degli dei dei) di vedervi fuori a lottare, gridare contro l’ ordine per farci avere il boccone del conforto caldo, a noi sospesi dal mondo per 9 ore.
E’ servito? No! A niente! Solo a vedervi gioire, abbracciarci (anche a me, forte forte. Forte… che non ti conosco per niente compagna mia. E compagno mio. Che non ti conosco per niente ma amo ormai profondamente ogni ruga del tuo viso che mi coccola e stringe forte forte forse da 40 anni anche se è solo la seconda volta che ci vediamo) quando uno ad una varchiamo di nuovo quella porta

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Una passeggiata tra gli ulivi

Nell’immaginario collettivo se si pensa alla puglia senza dubbio la prima cosa che viene in mente sono gli ulivi. Una lunga interminabile distesa sempre verde che come manto argentato all’alba avvolge le nostre campagne millenarie di incanto e che al tramonto filtra cullando gli ultimi raggi di sole nell’imbarazzo di un cielo che arrossisce di vergogna dinanzi a tanta bellezza.
Tanti i poeti di tutte le epoche che non sono riusciti a sfuggire alla magia di una passeggiata ricolma di stupore innocente che fluisce in poesie divenute pietre miliari della cultura mondiale.
Tutto questo oggi giorno non è più possibile e quindi accade che dei poeti partecipino ad una passeggiata collettiva tra le campagne in un’area patrimonio dell’umanità, in cui sta sorgendo il cantiere di un gasdotto chiamato T.A.P., sognatori armati fino ai denti di blocchetto, penna e poesie già stampate da appendere sugli ulivi al fine di creare una connessione, uno scambio, poetico, un ricongiungimento con la natura madre basato sulla bellezza e sulla poesia (piccole follie dei poeti erranti) e si passi dallo stupore all’orrore di una caccia all’uomo spietata e irragionevole.
Circondati da centinaia di agenti di un po’ tutte le forze dell’ordine in assetto da guerra, braccati anche attraverso l’utilizzo di un elicottero che stazionava così basso da poter percepire il vento d’odio sulle nostre teste inermi e sconcertate.
Picchiati, trascinati su rovi e pietre acuminate, chiaramente se eri donna non mancavano violenze sessiste, telefoni sequestrati senza nessuna possibilità di contattare avvocati o familiari, chi provava a parlare veniva zittito con schiaffi e testate, ammanettati e reclusi in stato di fermo per circa 12 ore, azzerata ogni forma di diritto e democrazia.
Parliamo sempre di poeti e cittadini inermi, tra cui anche dei minorenni, qualcosa non torna nella logica. Possibile che la linea che divide lo stupore dall’orrore si sia assottigliata così tanto da farli divenire facilmente interscambiabili?
Spesso ci indigniamo vedendo immagini o leggendo articoli riguardo a zone di guerra lontane dalla nostra quotidianità pensando che certe situazioni non ci riguarderanno perché viviamo in uno stato democratico che si basa sul diritto e sulla priorità di garantire la libertà e il benessere dei propri cittadini, ma forse questo utopico immaginario appartiene a un passato mai realmente esistito.
In Puglia nel 2017 si arrestano e si perseguitano sia i poeti che la poesia, come nelle pagine più buie della storia umana che credevamo intrappolata nella polvere dei libri di storia, ma la bellezza veglia sulle anime che la ricercano e non c’è nulla sotto o sopra questo cielo che potrà mai separare il poeta dal fascino, dalla magia e dalla’amore per la propria terra quand’anche gli vengano schierati contro tutti gli eserciti del mondo.

Amor che non s’arresta

Per amor della mia terra
calpesterò il sentiero della ribellione
e non vi sarà pistola o scudo o manganello o cella angusta
che fiaccherà lo spirito del guerriero.
Il sole della libertà illumina coi suoi raggi
anche tra rovi e pietre acuminate
che come vento tagliente sferzano il volto
e non lo fermi nemmeno se gli spari addosso,
anche nel buio che incombe
e l’ombra lunga della repressione infittisce la via per nascondere i fossi
e non lo fermi nemmeno se gli spari addosso,
anche quando fari e torce brillano nei campi
come fuochi fatui per terrorizzare
e non lo fermi nemmeno se gli spari addosso.
Avete dichiarato aperta la stagione della caccia all’uomo,
vile gioco di cui siete maestri,
e nella vostra perversione mi avete scaraventato
tra l’incudine e il martello
ma a ogni colpo che fiacca le ossa
sprigiono una scintilla da cui divamperà l’incendio
che divorerà i vostri eserciti.
Un giorno, non troppo lontano,
assieme a tutti il fratelli, assieme a tutte le sorelle,
di un mondo libero, in una terra libera,
saremo un unico popolo in lotta
che canterà l’inno della rivoluzione, l’inno della vita,
e saremo finalmente liberi dal male, liberi dal capitale.

Brigate Poeti Rivoluzionari

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Comunicato di Ex-caserma Liberata e Collettivo Athena – Bari

Porteremo la lotta NOTAP ovunque.

Siamo stanchi ma per nulla scoraggiati, torniamo da una giornata di dura lotta. Siamo arrivati a Melendugno, dopo essere stati a Lecce il giorno prima, assieme ad altri compagni e compagne baresi per portare il nostro supporto alle manifestazioni NO TAP contro repressione e militarizzazione dei territori.

Lecce – 8 dicembre 2017 – corteo contro la repressione e i fogli di via
Il nostro sarebbe stato un resoconto differente se non avessimo incontrato sul nostro percorso 1 elicottero, centinaia di uomini e donne delle FDO, oltre a camionette, blindati e auto usate per aggredire militarmente 52 fra compagni e compagne, di cui 3 minorenni, che passeggiavano fuori dalla zona rossa istituita dallo stato nell’agro di Melendugno, a difesa degli interessi e del cantiere di TAP.
Ci siamo ritrovati isolati ed inseguiti dalla polizia in assetto antisommossa sino a quando non siamo stati circondati e a quel punto sequestrati per oltre due ore nelle campagne. Cariche e pestaggi, compagne colpite a terra, compagni ammanettati e costretti a stare in ginocchio e mentre l’elicottero ci sorvolava ci venivano sottratti documenti e cellulari e tutti coloro che intendevano reagire venivano da subito colpiti con i manganelli e ridotti al silenzio. Dopo oltre due ore di attesa siamo stati divisi in gruppi e deportati a Lecce tra questura e comando dei carabinieri dove siamo rimasti per oltre 8 ore per le fotosegnalazioni e le impronte digitali senza la possibilità di poter usare i servizi igienici, bere o avere assistenza sanitaria: due attiviste hanno avuto la possibilità di accedere alle cure mediche solo dopo il deciso intervento di una infermiera del 118 nei confronti di una dirigente della Digos mentre il bagno veniva concesso solo in base all’umore della guardia di turno. Compagne e compagni portati al comando dei carabinieri sono stati sottoposti a invadenti perquisizioni corporali mentre le compagne hanno dovuto subire insulti sessisti e commenti su biancheria intima e orientamenti sessuali. Solo dopo le due di notte abbiamo avuto la possibilità di riabbracciare i/le nostr* compagn* dai quali eravamo separati solo da un muro e quindi di riabbracciare tutti gli attivisti e le attiviste che ci attendevano in strada. Cellulari sequestrati senza motivi plausibili oltre ad alcuni k-way con il cappuccio, un pericolosissimo cavatappi, un letale coltellino multiuso e qualche volantino, questo il bottino di guerra delle forze del ordine. Siamo riusciti a recuperare le nostre macchine in tarda nottata per metterci in strada e arrivare a Bari alle 6 di mattino, stanchi ma carichi e determinati.

Come compagni e compagne di Ex-Caserma Liberata e collettivo Athena, al fianco del popolo NOTAP, ribadiamo che non sarà la repressione a fermare la lotta per la tutela del nostro territorio dagli interessi di imprese e multinazionali, non saranno i vostri comportamenti cileni a scoraggiare la nostra determinazione contro un’opera dannosa per tutti, tranne per coloro che trarranno profitto dalla devastazione della nostra terra.

Rigettiamo le ricostruzioni fantasiose di giornali e telegiornali che riportano solo le veline della questura di Lecce. Non è stata mai violata la zona rossa così come se uomini e donne delle FDO sono rimasti feriti durante le cariche questo è dovuto esclusivamente alla loro incapacità di stare su due piedi mentre scavalcano i muretti a secco. Menzogne scritte per mettere in scena il solito teatrino dei buoni e dei cattivi, mentre quanto accaduto nei giorni scorsi è la dimostrazione che la lotta contro TAP è una lotta di popolo dove uomini, donne e bambini marciano compatti in un’unica direzione. La zona rossa non esiste.
Porteremo la lotta NOTAP ovunque.
Ex-Caserma Liberata
Collettivo Athena

#NOTAP – Il nostro sguardo verso il cielo dove non esistono barriere!

Da quando il Movimento No Tap ha cominciato ad opporsi fisicamente alla costruzione del cantiere abbiamo assistito a una pioggia di denunce e misure di sicurezza. Già quest’estate gli attivisti sono stati colpiti con multe da centinaia di migliaia di euro. Oltre 25 verbali di violazione amministrativa (parliamo di multe da 10000 euro) notificati ad altrettanti cittadini che avevano preso parte alla manifestazione contro il blitz notturno dello scorso 4 luglio, durante il quale la ditta appaltatrice di TAP ha provveduto allo spostamento di 42 alberi di ulivo (1) .

Nelle ultime settimane una vera e propria occupazione militare sta interessando l’area del comune di Melendugno. La zona di San Basilio è stata decretata dal 13 Novembre “Zona Rossa” e centinaia di agenti sono stati ingaggiati per proteggere l’area dove sono state erette delle recinzioni così impressionanti che, lì fra gli ulivi, più che in Salento sembra di essere sulla striscia di Gaza. Il territorio è diventato completamente invalicabile se non dai residenti, sottoposti a continue identificazioni, mentre il presidio in zona San Basilio è stato spazzato via.

L’esibizione di forza da parte della polizia per scoraggiare l’opposizione popolare si sta concretizzando anche con la consegna di fogli di via. Il 20 Novembre il movimento No Tap si è dato appuntamento in Piazza Tancredi a Lecce per contestare la posizione dell’Università del Salento in merito a TAP e in particolare la presenza (in un convegno sulla sicurezza e la tutela ambientale sic!) di Michele Mario Elia, che oltre ad essere il country manager di TAP, è anche stato condannato in primo grado nel processo per la cosiddetta “Strage di Viareggio” a 7 anni di reclusione (2a /2b). Durante questo appuntamento non solo i manifestanti sono stati manganellati e picchiati, ma é anche stata consegnata a due attivisti l’ingiunzione a presentarsi in questura, dove hanno ricevuto un foglio di via che gli vieta di mettere piede in territorio di Melendugno per 3 anni. Mentre gli notificavano l’atto, le Fdo si sono preoccupate di mostrare il grosso faldone che conteneva i fogli, facendo intendere agli attivisti che ne avrebbero presto potuti tirare fuori molti anni.


Chi in questi anni ha avuto modo di trovarsi a contestare lo stato delle cose, conosce bene gli atteggiamenti malavitosi assunti delle fdo. Eppure ancora ci stupisce la faccia di bronzo con la quale hanno dichiarato di aver utilizzato “manganelli di gommapiuma” quando i segni delle manganellate sono tuttora ben evidenti su chi ha preso parte alla contestazione. Per la prima volta, cittadini comuni con il semplice desiderio di difendere la terra che amano, si trovano di fronte all’apparato repressivo poliziesco, il cui fine è proprio quello di scoraggiare la partecipazione alla mobilitazione. Tuttavia, quando la repressione si trova di fronte uomini e donne determinati, tali ingiustizie non possono che renderli più convinti di ciò che fanno e ad andare avanti. Coloro che li hanno liquidati come “ambientalisti preoccupati per qualche manciata di alberi” sono gli stessi che vorrebbero che la protesta No Tap possa essere chiusa velocemente nel cassetto, insieme alle multe da pagare. Non importa degli interessi particolari delle mafie sul progetto (3) le stesse che probabilmente sono dietro la morte della giornalista maltese uccisa (4) l’importante è dire che questa lotta “mette a grave repentaglio l’ordine e la sicurezza pubblica” (così come hanno scritto sul foglio di via) per giustificare la loro violenta repressione su chi semplicemente vuole avere parola in quello che sarà il futuro della terra dove è nato e cresciuto.

Ma la gente non è cieca, i salentini stanno vedendo con i loro occhi la coltre di bugie che avvolge il cantiere Tap e oggi scenderà in strada in solidarietà agli attivisti colpiti dalla repressione.

Di seguito il comunicato del Movimento NoTap sulla mobilitazione di oggi (5)


SE TOCCANO UNO TOCCANO TUTTI – Il nostro sguardo verso il cielo dove non esistono barriere!
Mercoledì 22 alle ore 18.00 appuntamento a Carpignano Salentino per un corteo di solidarietà agli amici NoTap colpiti da misure restrittive. Il corteo partirà da Corso Umberto e attraverserà le strade del paese, per ribadire che non ci piegheremo alla situazione di totale ingiustizia che sta vivendo il nostro territorio e alla repressione del dissenso in atto. Reclamiamo i nostri diritti, pretendiamo la nostra libertà!

#NoTap #SeToccanoUnoToccanoTutti

Aggressioni poliziesche a Bari: Il Furgone di Troia del Collettivo Athena

Già da prima che il corteo muovesse i prima passi da Pizza Umberto, studenti e studentesse dei differenti collettivi erano stati a più riprese aggrediti verbalmente e fisicamente da esponenti alle forze dell’ordine con l’evidente intento di intimidire e ridurre al silenzio ragazzi e ragazze che hanno deciso di alzare la voce contro lo sfruttamento dell’alternanza scuola lavoro.

Le provocazioni sono continuate per tutto il corteo tra minacce e clamorose affermazioni delle forze di ps quali “Non fate cori contro le altre organizzazioni studentesche o blocchiamo tutto” culminate a corteo terminato con il fermo e l’identificazione di una quindicina di attivisti ed attiviste del Collettivo Athena. Durante il fermo diverse rappresentanze studentesche si sono mosse per portare attraverso la loro presenza in strada, solidarietà e vicinanza

Esprimiamo solidarietà al Collettivo Athena, un percorso studentesco autonomo dalle rappresentanze sindacali di marca CGIL, nato nelle scuole e cresciuto tra assemblee, iniziative e un confronto costante tra collettivi che ha portato ieri circa 500 tra ragazzi e ragazze a sfilare oggi per le strade di Bari e che si è rapportato per la prima volta con la responsabilità dell’essere soggetto politico in città.
Nessuna intimidazione potrà fermare la lotta
La solidarietà è un’arma, la solidarietà è un prassi

 

Il Furgone di Troia del Collettivo Athena

Un gruppo di studenti del Collettivo Athena è stato aggredito dagli agenti della Polizia Locale mentre tornava dalla manifestazione che si è svolta oggi a Bari. Due studenti sono stati anche trattenuti al comando della polizia municipale di Japigia e probabilmente denunciati.
Oggi 17 Novembre siamo scesi in piazza, attraversando la nostra città in una manifestazione che ha ripercorso i luoghi protagonisti dello sfruttamento dell’alternanza scuola-lavoro. Eravamo in Piazza Umberto in almeno 500 quando degli agenti della DIGOS e della Polizia di Stato hanno cercato, con toni intimidatori, di scoraggiare la partecipazone al corteo rivolgendosi direttamente a tutti quelli e quelle che si stavano avvicinando allo striscione, soprattutto chi intonava cori, cantava, portava bandiere e, più generalmente, potesse essere definito “indecoroso”. Il corteo si è fermato in piazza Diaz dove, dopo l’assemblea che ha concluso la manifestazione, ci siamo avviati per riportare il furgone al deposito.


All’altezza del ponte di Corso Cavour il furgone è stato fermato dalla Polizia Locale, che ha strattonato e preso dal collo un attivista che stava favorendo i documenti del mezzo, perché faceva da schermo davanti al furgone su cui sedevano più persone di quanto non fosse permesso dalla carta di circolazione. Successivamente la Polizia Locale ha provveduto a fotografare tutti gli attivisti e le attiviste che si erano intanto riversati nella strada, innervositi dalla violenza con cui gli agenti hanno operato, picchiando e strattonando tutti i ragazzi sul furgone senza nessun motivo. Siamo andati alla ricerca anche di testimoni che raccontassero cosa fosse avvenuto: dalle automobili, dai negozi, dalle case.
La risposta è stato un ulteriore tentativo di aggressione ad un nostro militante, che ha tentato di frapporsi tra la videocamera e i volti dei minorenni presenti. L’agente responsabile di questa aggressione scagliandosi contro gli studenti è scivolato sull’asfalto bagnato, cadendo a terra, e incolpando lo studente aggredito della sua caduta.
Testimoni oculari sul posto hanno visto quello che è successo e ne abbiamo raccolto le testimonianze, che verranno utilizzate nel caso in cui le accuse a carico degli attivisti vengano confermate.
Le provocazioni poliziesche che sono durate tutta la giornata sono totalmente inaccettabili e dimostrano come, sin dall’inizio, il loro obiettivo fosse provocare gli studenti per ottenere una reazione che permettesse un intervento repressivo.
La minaccia della repressione non fermerà la nostra lotta contro l’alternanza e le nostre iniziative per le scuole e per la città. La solidarietà che stiamo già ricevendo ci spinge ad andare avanti e la nostra priorità rimane lottare accanto a tutti e tutte.
Non ci avrete mai come volete voi!

Retake Bari: Essi vivono (di decoro)

Da quando il decoro è diventato il cuore delle politiche urbane, appaiato al suo alter-ego cattivo, il degrado, si parla molto di certe associazioni che su base volontaria ripuliscono alcune aree delle città da scritte adesivi e manifesti abusivi. I giornali le esaltano e ne parlano come di buone pratiche che mettono ordine nella città, i politici e le istituzioni le incoraggiano, comparendo nelle foto ricordo a fianco dei ripulitori o fornendo l’attrezzatura per le pulizie. Esistono in tutta Italia, ci sono “Gli angeli del bello” a Firenze, l’associazione “Milano muri puliti”, e poi c’è l’associazione Retake, presente a Roma, Milano, Napoli, Bari e ancora altre città, che oltre alle collaborazione con enti comunali, vanta anche quella con privati come Wind, l’Università Luiss e organizzazioni di attività con altrettante importanti aziende. I volontari si definiscono retakers, e difendono i “beni comuni” (con buone pace della Ostrom e del significato di questo concetto).

La risposta alla domanda “cosa si riprendono questi retakers?” è: assolutamente nulla. L’enfasi dei retakers sul degrado mette in secondo piano le responsabilità istituzionali di chi ha creato tale degrado. E infatti sindaci, assessori, consiglieri, amministratori delegati di imprese non fanno altro che gioire di fronte a queste azioni. Il loro lavoro anziché restituire i beni pubblici alle persone rappresenta invece l’antefatto della privatizzazione e della smobilitazione del settore pubblico. Perché? Le nostre città sono sempre più abbandonate e svuotate, gli edifici cadono a pezzi, in particolare, quelli pubblici. A questa nuova ondata di “civismo” manca un elemento essenziale, senza il quale ogni intervento rischia di rappresentare solo un ottimo antidoto al senso del conflitto verso le istituzioni stesse. Il protagonismo dei cittadini viene limitato al lavoro gratuito, e propinato persino come attività di partecipazione, mentre l’idea di rivendicare finanziamenti e criteri per un settore pubblico efficiente, trasparente e libero da clientele e condizionamenti non passa più per la testa di nessuno. Si spiana la strada alla ritirata del settore pubblico, si favorisce il processo di privatizzazione e ci raccontano anche che si tratta di protagonismo della cittadinanza.

Gli enti pubblici, invece di responsabilizzare chi dovrebbe tenere in sesto la città per mestiere, attivano collaborazioni con queste associazioni al fine di pulire le pubbliche piazze incaricando gratuitamente volenterosi cittadini dotati di buste e raschietti. Si configura una sorta di “autogestione dall’alto”, per cui tale protagonismo viene di fatto gestito e strumentalizzato dagli stessi responsabili del dissesto. Da qui alla privatizzazione, poi, il passo è breve. Gli effetti collaterali di tale processo sono sotto gli occhi di tutti. Il principale avversario del retaker non è il sistema politico e istituzionale che ha scelto altre priorità rispetto alla cura del territorio ma il giovane attacchino – spesso straniero – accusato di imbrattare i beni pubblici perché attacca un adesivo su una serranda o lo zingaro che fruga nel cassonetto. Non importa se sotto casa tua hanno costruito palazzi o supermercati speculando nel modo più increscioso, non importa se ti hanno tagliato i posti all’asilo nido o se ti hanno cancellato l’unico autobus che ti porta a casa: il problema è il volantino A4 che imbratta un muro.

Sabato 4 novembre l’Università degli studi di Bari ha patrocinato uno di questi eventi che aveva come fine quello di ripulire piazza Cesare Battisti. Un nugolo di bambini, ammaestrati per la gara del pulito, hanno staccato con le loro manine i manifesti che storicamente circondano la zona dell’Ateneo. Ripetizioni, messaggi politici, iniziative pubbliche sono stati cestinati perché abusivi, in base a una tesi per la quale se un manifesto non si trova su un cartellone pubblicitario, non è autorizzato né pagante, è illegale e dunque non è altro che spazzatura “deturpante”.
La piazza raschiettata (ma per niente pulita, ci vuole ben altro che dei bambini messi al lavoro per ripulire innumerevoli anni di attacchinaggi) è stata presto ricoperta di nuovi manifesti. Prevedibile, direte voi, invece un evento in particolare ha scatenato la furia dei Retake baresi. La mattina dell’8 novembre infatti campeggiava uno striscione di carta con la scritta “le strade sicure le fanno le donne che le attraversano” della rete femminista Non una di meno. Per gli attivisti di Retake tanta comunicazione non a pagamento è troppo e in molti si scagliano contro la pagina di Non una di meno – Bari realizzando anche un video in cui, con il sottofondo dell’inno italiano, dichiarano: “le strade sicure, le strade decorose sono le strade senza affissioni abusive”. Va bene, capiamo che ognuno ha le sue priorità: c’è chi lotta contro la violenza strutturale della società e chi contro la colla, tuttavia tanto astio sembra inspiegabile.

Nella furia della loro crociata contro il degrado, raschietto alla mano, non c’è differenza fra il rifiuto e il volantino studentesco. Anzi il ragionamento sembra essere proprio l’opposto: è inconcepibile sporcare un muro per esprimere un messaggio, senza nemmeno un business di ritorno: non potete scriverlo su Facebook come tutti? La guerra all’abusivo è una guerra a chi sporca, ma soprattutto, a chi non paga. Possono tollerare la vista di centinaia di cartelloni e insegne nelle nostre città, ma non quelle abusive. Essi vivono, per citare Carpenter. Ogni scritta sul muro è depoliticizzata in quanto vandalica, ma al tempo stesso per Retake le idee politiche non mancano: «in un’epoca di crisi delle finanze pubbliche l’iniziativa privata, governata all’interno di partenariati pubblico-privati, può rappresentare un volàno straordinario nella realizzazione e nel miglioramento degli spazi urbani » dichiara nel corso dell’audizione alla Camera, dinanzi alla commissione Periferie, Rebecca Spitzmiller, co-fondatrice del movimento Retake (link) . Su questo il ministro Minniti sembra essere molto d’accordo, dato che i privati nel suo decreto sicurezza hanno accesso persino ai neo istituiti “Comitati metropolitani” per la sicurezza urbana e ha dedicato ai volontari come quelli di Retake una parte importante della legge: «coinvolgendo, mediante appositi accordi, le reti territoriali di volontari per la tutela e la salvaguardia dell’arredo urbano e favorendo l’impiego delle forze di polizia per far fronte ad esigenze straordinarie di controllo del territorio, nonché attraverso l’installazione di sistemi di videosorveglianza».

Vogliamo saperne molto di più su come sia nata questa grande storia d’amore fra i volontari del decoro e il ministero. Nel frattempo le conseguenze di questa “ideologia del decoro ” (link) sono evidenti in tutta Italia. La narrazione sul degrado è diventata un contenitore in cui vengono riversati tutti i problemi di natura sociale ed economica dei quartieri popolari e delle periferie, depoliticizzandoli e responsabilizzando le soggettività marginali del sentimento di insicurezza e del malessere emergente.

Se volete un esempio fresco abbiamo questo articolo di Gazzetta del Mezzogiorno del 9 Novembre 2017: “Sgomberato il dormitorio abusivo” “LO SCEMPIO IN CORSO ITALIA Sotto i portici i migranti a turno si sono accampati su quattro materassi, circondati da coperte e indumenti lerci e rifiuti di ogni tipo”. Queste descrizioni cosi disumanizzanti, che bypassano completamente la condizione economica di molti abitanti della nostra città, per renderli macchietta, descrivendoli come incapaci e non impossibilitati a condizioni di vita differenti è qualcosa di cui dovremmo tutti preoccuparci. In un rapporto informativo originariamente presentato al Dipartimento di Stato degli Stati Uniti nel 1996, Gregory H. Stanton affermò che il genocidio è un processo che si sviluppa in otto fasi che sono prevedibili: il primo stadio del genocidio è la classificazione (distinguere le persone tra “noi e loro”). Il secondo stadio è la simbolizzazione, in cui a un’intera comunità vengono dati nomi o altri simboli (gli abusivi, vi piace?). La terza fase è la disumanizzazione, in cui una parte della società nega l’umanità del gruppo preso di mira. I membri di questo gruppo sono equiparati ad animali, parassiti, insetti o a portatori di malattie.
Non vi diciamo come continuano le fasi, ma vi ricorda qualcosa?

Solidarietà a Roberto Aprile e ai disoccupati brindisini condannati dallo stato per aver reclamato lavoro

Sono state confermate dalla Corte di Cassazione le condanne emesse nei confronti di 29 brindisini tra disoccupati e sindacalisti dei Cobas, accusati di aver bloccato a più riprese il transito dei mezzi della Monteco, nei primi giorni del marzo 2011.


Quei giorni all’impianto Monteco, azienda di raccolta dei rifiuti solidi urbani, furono segnati dall’esasperazione di uomini e donne senza lavoro, disperati per la loro condizione e determinati a far sentire la propria voce. In una città senza prospettive come quella di Brindisi, vittima di scelte politiche che per decenni hanno solo privilegiato gli interessi di Enel e delle sue centrali a carbone, attraverso manifestazioni e picchetti di protesta i brindisini chiedevano dignitosamente lavoro all’azienda.

Le istituzioni, sorde a questa richiesta, hanno solo favorito gli interessi privati della Monteco demonizzando le richieste dei disoccupati come “pretese inconsistenti”. A distanza di 6 anni da quegli eventi si compie la vendetta dello stato con la conferma di 29 condanne che vanno da 5 mesi ad 1 anno e 11 mesi.
Queste condanne sono l’ennesimo atto della guerra dichiarata dallo stato ai poveri e atutti coloro che mettono in discussione lo stato delle cose reclamando lavoro, uniche soggettività sulle quali la legge viene applicata rigorosamente e senza pietà, solo come strumento repressivo e di controllo sociale e iniquità.

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Bari, tra torsione autoritaria e fogli di via #SeMiCacciNonVale

Alla fine di Marzo una decina di “avviso di foglio di via” da Bari vengono inviati ad altrettanti attivisti ed attiviste protagonisti dell’esperienza abitativa di Villa Roth(1). Questi provvedimenti sono stati inviati mesi prima del G7 finanziario di Bari dello scorso maggio, a dimostrazione del chiaro intento persecutorio e intimidatorio, proprio di una strategia nazionale repressiva fatta a colpi di decine di provvedimenti amministrativi, decreti penali di condanna ecc. Come compagne e compagni del collettivo di mutuo soccorso e cassa di resistenza Non Solo Marange, abbiamo sin da subito reagito a questo attacco politico promuovendo #SeMiCacciNonVale, una campagna politica di denuncia contro l’utilizzo dei fogli di via come strumento per il controllo del dissenso. Un percorso segnato da un serrato confronto, anche pubblico, attraverso il quale abbiamo attivato una rete di sostegno per tutte e tutti coloro che sono stati colpiti dalla repressione, scritto comunicati ed analisi, avviato un percorso di autoformazione e promosso iniziativa politica per le strade e le piazze della nostra città. Tutte le nostre azioni sono state sempre finalizzate a contrastare le azioni repressive della questura di Bari.

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Per la creazione di una “rete Europea per il diritto di dissenso in difesa delle lotte sociali”

Negli ultimi due mesi, come compagne e compagni del collettivo di mutuo soccorso e cassa di resistenza Non Solo Marange abbiamo promosso #SeMiCacciNonVale, una campagna politica che denuncia l’utilizzo dei fogli di via come strumento di attacco alle attiviste e agli attivisti, nonché un loro uso sproporzionato e indiscriminato. Un percorso segnato da un serrato confronto al nostro interno attraverso il quale abbiamo attivato una rete di sostegno a garanzia di tutti e tutte coloro che sono stati colpiti dalla repressione, scritto comunicati ed analisi, avviato un percorso di autoformazione e promosso iniziativa politica per le strade e le piazze della nostra città. Tutte le nostre azioni sono state sempre finalizzate a contrastare le azioni repressive della questura di Bari, denunciando immediatamente l’uso politico di fogli di via e avviso orale e l’accanimento giudiziario conto il collettivo Villa Roth.

All’interno di questo percorso abbiamo deciso di sostenere l’iniziativa di Osservatorio Repressione per la creazione di una “rete Europea per il diritto di dissenso in difesa delle lotte sociali” in quanto riteniamo che, percorsi di questo tipo possano essere utili in ambito di analisi e confronto.

In questi ultimi mesi sono stati distribuiti fogli di via preventivi in tutto il paese durante i differenti appuntamenti legati al G7 e questo si affianca l’ulteriore deriva degli “abusi in divisa” fatta di vere e proprie aggressioni mirate come nel caso di Maya o del ragazzo senegalese pestato a sangue durante un controllo per presunto spaccio, sino alle brutali cariche della polizia antisommossa per le strade della movida nel quartiere Vanchiglia a Torino. Un quadro sempre fosco dove oramai anche le opinioni sono sottoposte al vaglio degli apparati di polizia e del ministero degli interni, come nel caso della manifestazione di Amnesty contro la legge Minniti / Orlando a Roma. In questa guerra asimmetrica dello stato e dei suoi apparati repressivi riteniamo l’incontro, il confronto e la complicità i mezzi necessari alla lotta.

E’ con questo spirito che una nostra compagna parteciperà alla delegazione di Osservatorio Repressione a Bruxelles per una due giorni di incontri ed iniziative alla quale parteciperanno giuristi, esperti, attivisti da tutta Europa.
Per maggiori informazioni
http://www.osservatoriorepressione.info/rete-europea-diritto-dissenso-difesa-delle-lotte-sociali/
http://www.osservatoriorepressione.info/solo-le-lotte-sociali-potranno-fermare-la-repressione/

A Bruxelles il 28 e 29 giugno su iniziativa dell’Osservatorio Repressione, si terrà una due giorni per la nascita di una rete europea per il diritto di dissenso in difesa delle lotte sociali, alla quale parteciperanno giuristi, esperti, attivisti da tutta Europa.

Il 28 giugno alle 18 presso la sala “L’horloge du sud” (al 141 di rue du Trone), a Bruxelles, si terrà per un primo confronto fra le realtà sociali di movimento europee, promosso con gli Antifascisti di Bruxelles.

Il 29 giugno presso la sede del Parlamento Europeo alle ore 14 ci sarà la proiezione del docufilm “Archiviato. L’obbligatorietà dell’azione penale in Valsusa” con l’intervento dell’Avv. Claudio Novaro, legale di attivisti No Tav a seguire il convegno europeo organizzato dal gruppo parlamentare del GUE/NGL

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NON SOLO MARANGE – Collettivo di mutuo soccorso e cassa di resistenza – Bari

Ciao sono Donato e questo è un foglio di via da Bari per 3 anni

Ciao sono Donato e questo è un foglio di via da Bari. Il Questore di #Bari, tale Carmine Esposito, nei giorni scorsi ha voluto farmi recapitare la conferma del provvedimento per allontanarmi dalla mia città per 3 ANNI!!!


IL MOTIVO?
Sta scritto perchè risulto sotto inchiesta per l’occupazione Villa Roth, spazio abbandonato poi da me e da tanti altri riaperto e nel quale hanno trovato rifugio gente senza fissa dimora e diventato anche polo culturale e musicale per tante famiglie del quartiere e della città intera. Non solo: risulto anche indagato (NON denunciato) per aver partecipato alla contestazione alla leopolda di Firenze ai danni dell’ex premier Matteone Renzi.
Da notare che per Villa Roth i giudici non hanno ancora fatto partire il processo a distanza di quasi 5 anni dai fatti contestati. Questo credo faccia capire quanto interesse ci sia a perseguire questa causa…
Eppure non la pensa così il forte questore che nei giorni prima del G7 dichiarava “non c’è nulla da temere, ci saranno 3 droni, elicotteri, cecchini, 250 telecamere nuove e 1500 agenti”. Na guerra!!! Ma la guerra dov’era? Mi sa solo nella sua testa e mi chiedo quante centinaia di migliaia di euro sia costato di tasse ai baresi considerando che di soli lavori per “rendere presentabile” la città ai 7 “grandi” sono stati spesi 1,5 MILIONI DI EURO di soldi pubblici e alcune cose le devono persino disfare! Dove li hanno trovati sti soldi?

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SIAMO OSCENE E INDECOROS* ovvero perché vogliono fregarci con la serietà e il decoro

Condividiamo e rilanciamo il comunicato del Bari Pride Movement 2017 in vista del prossimo Puglia Pride 2017. Saremo al fianco del B.P.M.

SIAMO OSCENE E INDECOROS*

ovvero perché vogliono fregarci con la serietà e il decoro

Ogni volta che si parla di soggettività LGBTQI (lesbiche, gay, bisessuali, trans, queer e intersessuali) entra in scena la buoncostume. L’accusa che ci viene rivolta è che i nostri corpi o il modo in cui decidiamo di mostrarli, nella vita quotidiana come durante manifestazioni e Pride, “turbino” la gente comune.
Il Pride è una manifestazione di lotta collettiva e di resistenza frocia in cui ci riprendiamo la libertà di vivere le strade come desideriamo: senza oppressioni culturali e aspettative sociali legate a ruoli e a identità di genere.
Allora: in un caldo giorno di luglio posso togliere la maglietta e mostrare le tette senza essere molesta o molestata?
Se sono un maschio cis e mi piace mettere la gonna o il rossetto, posso farlo senza correre il rischio di essere pestato?
In questo consiste vivere liberamente i nostri desideri e speriamo che il primo luglio liberiate anche i vostri!
Certo, magari può impressionare un po’ se non ci siete abituat*, ma il messaggio che vogliamo dare è questo: l’osceno NON è pericoloso! L’osceno è il nostro modo per strabordare fuori dagli argini dell’etica normativa e rivendicare la nostra favolosa eccentricità!

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Di chi sono le città? Controllo sociale fra decoro e abusi di polizia.

Di chi sono le città?
Controllo sociale fra decoro e abusi di polizia.

vorrei tessere un elogio
della sporcizia, della miseria, della droga e del suicidio:
io privilegiato poeta marxista
che ha strumenti e armi ideologiche per combattere,
e abbastanza moralismo per condannare il puro atto di scandalo,
io, profondamente perbene,
faccio questo elogio, perché, la droga, lo schifo, la rabbia,
il suicidio
sono, con la religione, la sola speranza rimasta:
contestazione pura e azione
su cui si misura l’ enorme torto del mondo […].
P.P. Pasolini, il Poeta delle Ceneri

 

Mentre sulle pagine dei giornali si sprecano i proclami contro i migranti o contro gli abusivi, a secondo della moda del momento e del tornaconto elettorale, ci sono persone che stanno pagando a caro prezzo questa nuova ondata repressiva. Negli ultimi giorni, a Torino, ci sono stati ben due episodi di abusi di polizia, ampliamente documentati.

Una ragazza, Maya, attivista 19enne, è stata trattenuta per un’intera notte, picchiata e denunciata dalla polizia, senza alcuna ragione apparente, (e anche se ci fosse stata, non avrebbe comunque potuto motivare un tale trattamento cileno).
Un altro ragazzo, un migrante senegalese di cui al momento non si conosce il nome, è stato inseguito, ammanettato e manganellato a sangue durante un controllo a Porta Portese, fino a rimanere esanime sul pavimento.

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